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job act rinnovo contratto bancari

 Ovvero le politiche neoliberali sul lavoro al tempo della crisi e anche prima…
Il neo segretario del PD ha annunciato un Job Act (chissà perché in inglese) in cui oltre a una “semplificazione” della normativa in materia lavoristica e una cornice di interventi molto varia forse ispirata dalle idee del Prof. Pietro Ichino spiegate bene in questo link  ci sarebbe l’introduzione dell’ormai noto contratto unico a tutele crescenti proposto in Italia da Boeri e Garibaldi  e dallo stesso Ichino in più occasioni (Ichino 2011). In realtà questa ennesima  ipotesi di riforma della disciplina dei contratti individuali di lavoro è stata avanzata anche in campo europeo da una certa letteratura economica  almeno dal 2003 con Blanchard (Blanchard, O., and A. Landier, 2002; Blanchard, O.; Tirole J. 2004).
Della stessa idea esistono, quindi, diverse versioni. In alcune il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti o progressive dovrebbe  sostituire ogni forma contrattuale a termine. In quella ultima  di Boeri convive, invece, con alcune forme contrattuali flessibili cui legare standard minimi di tutela.
La sostanza però non cambia. E’ un contratto a tempo indeterminato che nei primi tre anni prevede uno status simile al periodo di prova.  In questo tempo sarebbe consentito al datore di lavoro un recesso molto semplificato previo indennizzo economico proporzionato all’anzianità ma senza possibilità di reintegro anche nel caso in cui il licenziamento – per ragioni economiche o organizzative di cui il giudice accertasse l’inesistenza – avvenisse nelle unità produttive con un numero di lavoratori superiore a 15. Si tratta della soglia dimensionale da cui scatta la disciplina dell’articolo 18  che  nei primi tre anni di contratto unico sopravviverebbe, quindi, solo per i motivi discriminatori.
La proposta di contratto unico non comporterebbe automaticamente una revisione dell’articolo 18 , peraltro già modificato nel 2012. Esistono appunto diverse ipotesi. Del resto avremo tempo e modo di valutare il contenuto del Job act quando conosceremo il testo del provvedimento che pare essere work in progress quindi aperto alla discussione. Anche per questo potrebbe essere utile ritornare, criticamente, sui tratti di fondo che hanno caratterizzato negli anni più recenti e ci pare caratterizzino tutt’ora la discussione sul mercato del lavoro. In particolare su alcune “invarianti” ascrivibili a quell’egemonia di cui ci parlano Francesco Sylos Labini e Daniela Palma.   che poco hanno a che fare con il merito dei problemi. Convinzioni tanto ideologiche quanto radicate in alcuni ambienti accademici e soprattutto, non a caso, nelle istituzioni della governance economica mondiale.
Come è noto nel luglio 2011 la Banca centrale europea ha vincolato l’acquisto dei nostri buoni del tesoro, presentato come indispensabile per abbassare il differenziale tra Btp e Bund,  ad alcune scelte che il nostro paese avrebbe dovuto adottare. Queste indicazioni sono contenute nella famosa lettera della Bce al governo dell’epoca in cui tra le policy  per rilanciare l’economia, si colloca anche la revisione della disciplina relativa alle assunzioni e ai licenziamenti.
Il governo Monti insediatosi poco dopo ha accolto subito questi “suggerimenti” avviando le famose  “riforme” strutturali. Oltre a misure di natura economica (allungamento dell’età pensionabile e imu essenzialmente) tra le azioni del governo figura la cosiddetta riforma del mercato del lavoro (legge 92/2012) in cui, tra le altre cose, viene modificato l’articolo 18.  In seguito a questo intervento il reintegro come rimedio del recesso illegittimo per motivi economici  (giustificato motivo oggettivo) non è più automatico ma può essere disposto dal giudice solo in caso di manifesta insussistenza degli stessi altrimenti è sostituito da una indennità economica. Anche in caso di licenziamento per motivi disciplinari scompare l’automatismo che rimane solo per ragioni palesemente discriminatorie. Contestualmente si introduce sul  piano processuale una sorta di cognizione sommaria finalizzata a velocizzare il giudizio con una prima pronuncia in ordine alla legittimità o meno del licenziamento cui possono seguire in caso di opposizione i consueti due gradi di giudizio.
Il  presupposto su cui si sono basate tali modifiche è che  avrebbero consentito “di superare il dualismo del mercato del lavoro e contribuire all’aumento dell’occupazione incentivando gli investimenti esteri”  come Monti stesso ha dichiarato al Senato presentando il disegno di legge.
Che dire di questi provvedimenti? Misurandoli sulla base degli obiettivi dichiarati il giudizio non può che essere impietoso.
L’Italia, nonostante sia entrata nel ristretto «club» degli Stati con il bilancio in pareggio è costantemente sotto la lente di osservazione dei mercati proprio a causa delle misure di austerity,  che stanno producendo una spirale recessiva.  Per la stessa Banca d’Italia “ le misure di correzione dei conti pubblici adottate nella seconda parte del 2011 hanno avuto un effetto negativo sulla domanda valutabile in un punto percentuale di crescita annua.” (Banca d’Italia Bollettino trimestrale Gennaio 2013).
Siamo al sesto anno di crisi economica con un ulteriore calo dei livelli occupazionali previsto per il 2014.  L’Istat afferma che nell’ultimo trimestre la caduta del PIL si è arrestata ma dal 2008 a oggi abbiamo perso ben 6 punti mentre la produzione industriale ha subito una contrazione del 25, 3%.
La disoccupazione giovanile è oltre il 40% mentre quella totale attesa al 2014 sfiora il 13%  senza considerare i cassintegrati e gli scoraggiati che non cercano lavoro. Insomma non esattamente un successo. Indipendentemente dal merito.
Ad avviso di chi scrive la “cura Monti” in realtà rappresentava la ricetta mainstream che “l’ecclesia militans” neoliberale  predica in tutti i contesti politici e sociali da anni. Non è una novità. Il pensiero neoconservatore  alla base delle azioni di governo di Ronald Reagan e Margaret Thatcher  partiva anche esso dallo stesso presupposto.: riduzione dell’intervento pubblico diretto in economia,  tagli allo stato sociale, contenimento della dinamica salariale, libertà di licenziamento. Lo spiega bene tra gli altri Wolfgang Streeck .  All’epoca la giustificazione (rectius il pretesto) era la lotta all’inflazione ma l’obiettivo neanche tanto mascherato era colpire il lavoro organizzato e quindi l’attività sindacale che negli anni dal secondo dopoguerra in poi si erano molto rafforzati anche grazie alle politiche economiche Keynesiane. Ovviamente la compressione dei salari che ne è conseguita avrebbe prodotto un tracollo della domanda, se non fosse stata sostituita dal credito facile quindi dalla crescita dell’indebitamento privato e pubblico (lievitato quest’ultimo anche per le spese militari). Tutto ciò grazie  agli strumenti finanziari che hanno portato alla crisi del 2007 dei mutui subprime diventata poi crisi bancaria e come conseguenza crisi degli stati sovrani chiamati a garantire la solvibilità delle stesse banche. E il cerchio si chiude (Harvey 2011, Gallino, 2011,  Crouch 2012, Streeck 2013).
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Il problema è che questo apparato ideologico lo ritroviamo  nel Rapporto Ocse del 1994 – vera e propria bibbia del pensiero liberista sul lavoro – , successivamente acquisito dal fondo monetario internazionale e poi dalla Bce. Tra i punti centrali figura, in particolare, la necessità di modificar i regimi di protezione dell’impiego in quanto, secondo la ricetta mainstream “solo un mercato del lavoro perfettamente flessibile, in un contesto neutrale di politiche macroeconomiche potrebbe  aumentare l’occupazione” (Lettieri, 2002).  Oggi, con il pretesto della crisi e l’incursione ripetuta della Bce nelle politica degli stati nazionali il mantra, ripetuto ossessivamente  è il medesimo, come peraltro conferma l’ultimo rapporto Oecd going for growth: l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro ( in particolare italiano di cui la tutela in materia di licenziamenti sarebbe la massima espressione) scoraggerebbe gli investimenti esteri oltre a  rappresentare la causa principale della precarietà e della disoccupazione producendo il cosiddetto dualismo insiders vs outsiders. I primi sarebbero gli occupati stabilmente a tempo indeterminato che godono del sistema di tutele inderogabili della legge e dalla contrattazione collettiva (invero sempre più debole dopo l’articolo 8 della legge 148 2011 che ha permesso la derogabilità da parte della contrattazione aziendale) i secondi l’enorme massa di sottoccupati precari e disoccupati prevalentemente giovani e donne.
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Secondo queste analisi uno dei maggiori deterrenti all’attivazione di contratti a tempo indeterminato è, naturalmente, il vincolo alla reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa che nella vulgata diventa una insormontabile «difficoltà» di licenziare delle nostre aziende con un numero di dipendenti superiore a 15.
Per rispondere a queste affermazioni sarebbe sufficiente ricordare la maggior parte delle aziende dove trova applicazione l’art. 18 si colloca in quelle aree geografiche dove registriamo livelli occupazionali pari alle migliori performance europee e dove si producono i beni a più alto valore aggiunto, quelli che maggiormente esportiamo. C’è però almeno un altro argomento che merita di essere richiamato. I rapporti di lavoro diversi da quelli regolati nella forma giuridica del contratto subordinato a tempo indeterminato sono svariati. Ciò è noto. Ed è altrettanto noto che le collaborazioni a progetto (nei settori pubblici ancora coordinate e continuative) e le cosiddette partita Iva rappresentano la fetta più problematica in quanto la stragrande maggioranza di questi contratti (formalmente di lavoro autonomo) in realtà maschera un’attività di lavoro subordinato standard. Non a caso il 90 per cento dei collaboratori lavora per un singolo committente. In sintesi si può dire che la disponibilità «giuridica» dei contratti di lavoro autonomo in sostituzione del lavoro dipendente, economicamente convenienti in quanto privi di tutele ha reso possibile una vera e propria fuga non tanto dalla subordinazione, ma dallo statuto «protettivo» del lavoro subordinato. Il fatto che la subordinazione, in molte aziende, non si esprima più nella sottoposizione a prescrizioni  circa l’esecuzione  della prestazione lavorativa , ma nel modo di determinare i risultati attesi, la rende più difficilmente individuabile rendendo possibile una “confusione” formale tra le fattispecie contrattuali tutta italiana in realtà utilizzata come pretesto per tagliare il costo del lavoro (anche nei settori pubblici dove l’abuso è ancora più eclatante) (Sinopoli 2012). D’altra parte la grande diffusione, secondo i dati Istat, di contratti di lavoro autonomo nelle imprese con meno di 15 dipendenti (dove non si applica l’art. 18) è poi una ulteriore conferma che l’assenza di una tutela forte contro il licenziamento non esclude il ricorso a forme contrattuali diverse dalla subordinazione. La banalizzazione del tema, una delle maggiori problematiche del diritto del lavoro, in verità, non è casuale. Risponde a un preciso obiettivo di policy. La teoria della contrapposizione tra insider e outsider deve diventare la chiave di lettura unica per suggerire soluzioni incontestabili fondate sulla generale premessa assiologica – non dimostrata né forse dimostrabile-  che le norme inderogabili impedirebbero la libera concorrenza tra lavoratori occupati e disoccupati, producendo l’esclusione di questi ultimi dall’area delle tutele anche quando accedono a un lavoro (Garofalo M.G 1999).
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I sostenitori della insider outsider theory, evidentemente dimenticano che le migliori performance occupazionali che si registrano in Europa hanno in comune non tanto la libertà di licenziare quanto serie politiche di formazione professionale e tasse elevate anche per sostenere di strumenti di tutela del reddito universali (Roccella, 2007). Gran Bretagna, Svezia e Danimarca hanno infatti discipline in materia di protezione dell’impiego completamente diverse: si passa dalla libertà di licenziamento tipica del sistema danese all’estremo opposto rappresentato dal sistema svedese di tutela contro il licenziamento ingiustificato molto simile al nostro per intensità, passando dalle regole di protezione deboli dell’ordinamento britannico.  Ruolo non secondario nei successi sul fronte occupazionale della Danimarca è attribuibile ai cosiddetti “schemi di congedo”, in virtù dei quali ai dipendenti pubblici e privati viene consentito di assentarsi dal lavoro per periodi sabbatici, remunerati dallo Stato, durante i quali il loro posto viene coperto dai disoccupati  Inoltre l’orario di lavoro settimanale medio dei lavoratori danesi è di 35 ore (contro le nostre 39-40) e che le ferie e le festività si portano via 37 giorni l’anno (contro i nostri 31). Quindi non si può escludere una sostanziale redistribuzione del lavoro (Braun T. 2003  citato in Cavallaro L., Palma D. 2008) alla base delle performance danesi senza dimenticare le politiche industriali pubbliche che hanno  effetti rilevanti sulla qualità della domanda occupazionale.
Se poi dobbiamo dirla tutta è la Svezia con la sua disciplina lavoristica “rigida” a mantenere il rapporto migliore tra livelli di occupazione e competitività rispetto ai quali sfigurano sia Gran Bretagna sia  Danimarca  dove vi sono fenomeni di disoccupazione di lunga durata in alcuni gruppi sociali (Reyneri 2001).
In realtà il vero “rimosso” in questo discorso sulla “flessibilità in uscita” modo elegante quanto ipocrita di chiamare la libertà di licenziamento è proprio di natura ideologica.
Lo spiega bene un compianto giurista – Mario Giovanni Garofalo – che affrontando nel lontano (?) 1990 lo stesso argomento affermava: “un sistema giuridico che abbia come unico o preponderante valore da tutelare la libertà di mercato non può per definizione ammettere vincoli che ostacolino l’operatore economico nella scelta della migliore (per lui) allocazione delle risorse …inoltre la libertà di licenziamento è strumentale all’affermazione del potere dell’imprenditore sull’organizzazione produttiva mentre di converso le sue limitazioni sono funzionali alla costruzione del contropotere di chi è subordinato nell’organizzazione produttiva stessa” (Garofalo M.G. 1990).
Sarebbe gradita almeno la chiarezza invece ci tocca subire il consueto giochino retorico per cui si dichiara di voler perseguire determinati obiettivi sui quali vi è un largo consenso sociale mentre in realtà perseguono l’interesse dei gruppi  più forti tra quelli coinvolti.
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Le ragioni della nostra scarsa competitività e della qualità della nostra occupazione sono strettamente correlate ma hanno motivazioni ben diverse da quelle dichiarate dai teorici della economics analysis of law, per la quale il sistema giuridico deve limitarsi a oliare i meccanismi di  mercato  anziché presidiare i valori costituzionali (Perulli 1997) . Non è un problema di asimmetrie informative o di eccessive protezioni per alcuni a scapito di altri come sostengono questi ultimi (Ichino 1998).
L’andamento della produttività nella nostra industria (manifatturiera in particolare) segue una traiettoria ascendente dagli anni cinquanta fino alla prima metà degli anni settanta, per poi iniziare a declinare, finendo col precipitare dalla seconda metà degli anni novanta in avanti. La ragione è fin troppo semplice. Proprio  dalla fine degli anni ’80 sono venuti meno, progressivamente, alcuni dei presupposti di fondo della “crescita” italiana.   L’introduzione prima del Sistema monetario europeo  poi dell’euro ha segnato la fine dalle svalutazioni competitive (un polmone spesso utilizzato per rilanciare le nostre esportazioni) ed ha coinciso  con l’aumento della competizione diretta su alcune fasce di prodotto con i paesi di più recente industrializzazione aiutati da costi irrisori della manodopera (Ferrari S 2007; Greco P, 2013). Ciò è andato di pari passo all’aumento del deficit commerciale nel comparto high-tech  in particolare nei confronti dei maggiori paesi dell’Unione europea, con i quali si attua più del 60% del commercio di questi prodotti  ( Ferrari S, Guerrieri P., Malerba F., Mariotti S, Palma D, 2004;  2007).
Per aumentare la produttività sulle nostre gambe dovevamo fare una scelta di fondo. Modificare la specializzazione produttiva del paese investendo in ricerca e innovazione sulla base di politiche industriali vere per recuperare innanzitutto il gap nel comparto hig tech.
Ma la strategia è stata un’altra. Dalla prima metà degli anni novanta in poi ci siamo trovati di fronte a una fuga progressiva dal lavoro subordinato a tempo indeterminato unita ad ud una politica di contenimento salariale e a manovre deflazionistiche, con l’obiettivo di sostituire il vantaggio della svalutazione competitiva con la compressione del costo del lavoro. Inoltre la composizione del tessuto industriale e le caratteristiche delle nostre produzioni hanno effetti non trascurabili sulle stesse mansioni impiegate, quindi sulla domanda di professionalità e sul tipo di occupazione o di disoccupazione. E’ inoltre accertato un deficit di domanda di lavoro qualificato  da parte delle nostre imprese confermato dal trend occupazionale di laureati e dottorati. Ciò evidentemente dipende da un sistema industriale con caratteristiche di specializzazione produttiva sostanzialmente diverse da quelle dei maggiori Paesi europei come confermano le statistiche eurostat sul capitale umano (Cavallaro L., Palma D. 2008) . Il confronto dei dati più recenti (2012) con quelli esaminati nel lavoro di Cavallaro e Palma, mostra peraltro il sensibile peggioramento della situazione italiana. Infatti, a fronte di quote molto esigue di personale ad alta qualificazione nei settori ad alta intensità tecnologica, l’Italia non solo non mostra progressi significativi ma vede aumentare il divario con i restanti paesi europei.”
Domanda di laureati in aree di elevata qualificazione professionale (Quota percentuale dei laureati occupati in settori ad elevata intensità di conoscenza sul totale degli occupati) – classe di età 25 – 64
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La famigerata fuga dei cervelli diventata con la crisi emigrazione di massa dipende essenzialmente da questo oltre che dal progressivo smantellamento delle nostre università e i nostri centri di ricerca.
Gli interventi sul mercato del lavoro finalizzati a ridistribuire le tutele, e con esse le opportunità occupazionali, oltre che non condivisibili per le ragioni esposte, non saranno mai sufficienti a rilanciare l’occupazione. Si conferma, invece, che gli interventi sul mercato del lavoro sono un  sostituto delle svalutazioni competitive di cui necessitano le imprese che si confrontano con la concorrenza estera in mancanza di un cambiamento di specializzazione produttiva e di una politica economica espansiva preclusa dai sempre più assurdi vincoli imposti dalla attuale governance europea (Cavallaro L. Palma D. 2008).  Se questa è la cornice anche l’enfasi posta da più parti sul costo del lavoro sorprende. Guardando le maggiori imprese multinazionali oltre alla riduzione della quota di vendite nelle aree di alta tecnologia delle imprese italiane colpisce proprio il rapporto tra costo del lavoro per addetto e valore aggiunto. Abbiamo i costi del lavoro per dipendente più bassi dei nostri competitor europei ma un rapporto costo del lavoro/valore aggiunto più alto perché più basso il valore aggiunto. Pensare di competere riducendo ancora il costo in valore assoluto magari con paesi come la Cina o la Russia è semplicemente illusorio (Bianchi P. 2013).
Che non siano i regimi di tutela dell’impiego il problema lo confermano anche i dati del  World Economic Forum di Ginevra, pubblicati nel The Global Competitiveness Report 2010-2011: le restrictive labour regulations  sono considerate un fattore critico  per Germania, Finlandia e Francia. Per l’Italia, al contrario, questo elemento non viene considerato tra i maggiori limiti alla competitività (Perulli, Speziale 2011).
La stessa Ocse, del resto, ha prodotto negli anni indagini decisamente contraddittorie. Nel 1998 l’Employment Outlook riconosceva come le analisi econometriche non fossero state in grado di determinare prove del fatto che riducendo la protezione contro il licenziamento e indebolendo i contratti di lavoro standard fosse possibile agevolare la crescita dell’occupazione (Ocse, 1998). Peraltro si è rivelato fallace  l’indice di rigidità dell’impiego elaborato dalla stessa agenzia nel 1999, che includeva per il nostro paese, erroneamente, il trattamento di fine rapporto fra i costi monetari del licenziamento, mentre – com’è noto – rappresenta una quota differita della retribuzione. Nel rapporto viene, incredibilmente, confuso con una indennità per il licenziamento.
Per salvare l’economia reale, quella che produce valore e non si limita a creare denaro dal denaro, quella che mette al centro le persone e il lavoro, abbiamo bisogno di una strategia diversa. Fondata, lo ribadiamo, su politiche dello sviluppo (leggi politiche industriali e investimenti pubblici) che mettano al centro ricerca e innovazione tecnologica. Per quanto riguarda poi la ridottissima dimensione delle nostre  aziende che nella vulgata si considera determinata anche dall’articolo 18 in realtà dipende da altri fattori. Le imprese non crescono rimanendo  bancocentriche. precludendosi l’opportunità di finanziarsi sui mercati e mantenendo una ridotta possibilità/capacità di investire nell’innovazione essenzialmente per la scarsa propensione dei nostri imprenditori ad aprire gli assetti proprietari e di controllo (Barca 2007). Perciò è insostituibile in Italia più che altrove il ruolo dello stato capace di orientare il necessario cambiamento del nostro sistema produttivo e fare quegli investimenti – rischiosi- che le imprese non sono in grado di realizzare ad iniziare da quelli nella ricerca fondamentale da cui nascono anche le applicazioni come ci ricorda da ultimo Mariana Mazzuccato . Perchè ciò sia possibile serve una governance europea alternativa a quella attuale di stampo hayekiano che è incompatibile con qualunque ipotesi di sviluppo come suggeriscono tra gli altri Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini
L’ideale sarebbe che ciò avvenisse perseguendo allo stesso tempo l’obiettivo di riunificare davvero il lavoro, introducendo un obbligo formativo in tutti i contratti e costruendo un welfare universale. Si potrebbe partire dalle idee elaborate da Massimo D’Antona e  dalla nostra Costituzione, che tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni (art. 35). Non solo quello subordinato, ma tutto il lavoro che, per ostacoli di ordine sociale ed economico (art. 3 Cost.), non diventa strumento di sviluppo delle persona umana e di partecipazione collettiva.
 
Riferimenti bibliografici
Bianchi, P. (2013) La rincorsa frenata. L’ industria italiana dall’unità nazionale all’unificazione europea. Il Mulino. Bologna
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Blanchard, O., and A. Landier, 2002: “The Perverse Effects of Partial Labour Market Reform: Fixed-Term Contracts in France”, Economic Journal, 112, 215-243
Blanchard, O. and Tirole, J.: 2004, “Contours of Employment Protection Reform”, Macroeco- nomic theory and economic policy: essays in honour of Jean-Paul Fitoussi 59, 48
Cavallaro L. Palma D. (2008)  Come (non) usciere dal dualismo del mercato del lavoro: note critiche sulla proposta di contratto unico a tutele crescenti R.I.D.L 2008
Crouch C (2012) Il potere dei giganti.  Perché la crisi non ha sconfitto il neoliberismo, Bari,  Laterza
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Ferrari S, Guerrieri P., Malerba F., Mariotti S, Palma D (2004) (2007) L’Italia nella competizione tecnologica internazionale. Quarto Rapporto, Milano, 2004; L’Italia nella competizione tecnologica internazionale. Quinto Rapporto, a c. degli stessi AA., Milano, 2007.
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Streeck W. (2013), Tempo guadagnato La crisi rinviata del capitalismo democratico, Milano, Feltrinelli

contratto bancari e job act 2015

i dipendenti pubblici non si toccano, il resto carne da macello

.. non vogliamo licenziare nessuno, ma chiedetelo a un dipendente pubblico se farebbe licenziare un dipendente privato....

job act contratto bancari

cosa sapere;
- aspi
- fondo
- nuovi assunti
- legge 223
- licenziamenti collettivi
- senza soluzione di continuita'

Intesa San paolo

Come funziona il poter lavorare da casa 8 giorni al mese?

Aumento di capitale mps 2015

Terp aumento di capitale mps 2015

dimissioni cda mps

dimissioni cda mps
azione responsabilita post aumento 5 miliardi mps
 sbagliati stress test bce mps
governo assente da repubblica mps

dg mps a roma o milano?

dg mps a roma o milano?

siena post mps


Conservando la premessa che a Siena l’indignazione è un sentimento che non riesce ad attecchire (e ci vorrebbe un antropologo per studiarne le ragioni), non possiamo che registrare, anche in questa fine di settembre, la totale deriva di una classe politica ormai votata solo alla conservazione di uno status di controllo quando non alla riconquista di posizioni temporaneamente perse.

verita su mps

Il gruppo consiliare “Sinistra per Siena, Rifondazione Comunista e Siena Si Muove” ha diffuso questo scritto sulla vicenda del Monte dei Paschi. Sulla drammatica vicenda che ha visto coinvolta la Banca Monte dei Paschi di Siena si rischia che cali il silenzio e vengano rimosse dalla coscienza collettiva le dimensioni del tracollo finanziario, morale ed etico di una intera comunità. Il trascorrere del tempo ed il verificarsi di nuovi eventi che catturano l’attenzione dell’opinione pubblica senese, concorrono alla rimozione dalla coscienza dei cittadini di tale catastrofico evento. Ai suddetti elementi occorre aggiungere senz’altro l’illusoria speranza di molti concittadini che le cose, con il trascorrere del tempo, possano sistemarsi. Ma è grave soprattutto il silenzio degli organi di informazione, che se possibile evitano come la peste la trattazione di tale argomento, e quando decidono di affrontarlo, magari attraverso interviste al management della Banca, evitano accuratamente domande imbarazzanti e scomode, sempre attenti a non turbare i “padroni del vapore”, ossequiosi e acquiescenti alle loro risposte. Peccato però che la realtà sia ben diversa da quella che Profumo e Viola vogliono propinarci, come attestano i pessimi risultati finanziari della loro gestione: la Banca ormai dal 2011 non fa più utili. Il silenzio gioca a favore dei personaggi a vario titolo implicati nella vicenda (uomini di banca, politici locali e uomini delle istituzioni nazionali). E’ proprio per questo che non riusciamo a digerire il fatto che su tale scempio non si riesca a fare rapidamente giustizia. Infatti è ormai prossima la scadenza del mese di aprile 2015, data che vedrà gran parte delle accuse andare in prescrizione, ed allora oltre al danno la città potrebbe subireanche la beffa. I capi di accusa rivolti dalla Magistratura alla cosiddetta banda del 5%, le multe comminate dalla Consob agli amministratori ed ai revisori dei conti toccano solo alcuni aspetti della vicenda e peraltro neppure i più rilevanti. Riteniamo pertanto utile ribadire a tutti coloro che hanno la memoria corta che l’operazione da cui tutto discende è l’acquisizione della banca Antonveneta da parte del Gruppo MPS alle assurde condizioni economiche, che tutti ormai conoscono. Le multe comminate dalla Consob e da Banca d’Italia, che in più fasi hanno colpito un folto gruppo di amministratori e di revisori dei conti della Banca, sono un segno inequivocabile di quanto fosse estesa la connivenza che ha consentito il concretizzarsi di tale folle operazione. Viene da chiedersi come, a seguito delle recenti sanzioni, non si possano configurare accuse più gravi. E’ pur vero che le inchieste e le successive istruttorie sin qui condotte sono riferibili esclusivamente ai cosiddetti rami secondari della vicenda, e non hanno ancora affrontato il principale snodo. Per dare concretezza e significato a questa premessa è necessario esplicitare alcuni documenti a cui sino ad oggi non è stato dato il necessario risalto. Tra questi, per l’indubbia valenza che riveste, in quanto smentisce clamorosamente alcune prese di posizione delle più alte istituzioni del paese, è la relazione redatta dagli ispettori di Banca d’Italia della filiale di Padova del 9 marzo 2007 e avente per oggetto l’analisi patrimoniale, organizzativa ed operativa di banca Antonveneta. Nella relazione i suddetti funzionari forniscono un’analisi circostanziata sulla reale situazione organizzativa e patrimoniale della Banca Antonveneta, descrivendo in modo inequivocabile uno scenario complessivo gravemente compromesso con specifico riferimento all’operatività delle filiali, alla grave carenza dei controlli sull’erogazione del credito, alla disorganicità dei livelli di responsabilità, “all’insufficiente capacità di governo delle principali variabili gestionali” ed infine al conseguente scarsissimo livello di profittabilità espresso nel corso degli ultimi anni. Peraltro alla data della redazione di tale documento oltre il 16% delle filiali di banca Antonveneta risultava in perdita, anche a causa delle tariffe praticate alla clientela, oltremodo penalizzanti, e che avevano come conseguenza la costante e continua erosione delle quote di mercato. Com’è possibile che questo documento che evidenziava una situazione estremamente critica della Banca Antonveneta, e che tale permaneva nonostante il sostanzioso intervento finanziario concesso da ABN Amro, non consentisse a Banca d’Italia, in qualità di organo di vigilanza bancaria, di avere ben chiara la situazione patrimoniale ed economica di Banca Antonveneta? In sostanza, in quegli anni, la Banca Antonveneta si sosteneva solo grazie al prestito di oltre 7 miliardi di Euro che ABN Ambro le aveva concesso. Stante questa inconfutabile situazione, risulta ancor meno giustificabile e ancor più paradossale il prezzo pagato per la suddetta acquisizione. E’ bene ricordare, a tutti i personaggi con la memoria corta, che dei 1.000 sportelli di Banca Antonveneta, 600 erano in molti casi adiacenti alle filiali del Gruppo BMPS, al punto che, ad acquisizione effettuata, è stata necessaria la immediata cessione di 125 filiali. In sintesi i 18 miliardi di euro di esborso totale (10 per l’acquisizione di Antonveneta e 7.8 per la restituzione del prestito) sono stati pagati per avere 400 sportelli nel nord-est del paese con una media di 600 rapporti di conto corrente a filiale. Se questa non è opera di un folle, e siamo convinti che non lo sia, allora siamo di fronte ad una colossale truffa ai danni degli azionisti, dei dipendenti e della comunità. Sono stati sempre rispettati i principi che la stessa Banca d’Italia si è data in materia di vigilanza, come: “controllare che gli intermediari bancari e finanziari siano gestiti in modo sano e prudente. Sano, cioè che svolgano la loro attività d’impresa nel pieno rispetto delle regole. Prudente, cioè che per fare profitti non mettano a rischio la propria esistenza e il denaro loro affidato. Indirizza inoltre la propria azione di vigilanza per favorire la stabilità complessiva, l’efficienza e la competitività del sistema finanziario. Tutela infine la trasparenza e la correttezza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari per rendere sempre migliori i rapporti con la clientela. Per questo: - emana la normativa tecnica e controlla che venga applicata - verifica la sana e prudente gestione degli intermediari attraverso l’esame di documentazione e ispezioni presso i loro uffici - sanziona comportamenti scorretti e poco trasparenti nei confronti della clientela”. Quanto divario tra queste parole e l’operato di Banca d’Italia in relazione alla acquisizione di Banca Antonveneta da parte del Gruppo MPS! La conseguente ulteriore domanda è: perché questo comportamento? Una possibile ipotesi, ma non ci sono purtroppo riscontri oggettivi al riguardo, potrebbe riferirsi ad un eventuale intervento delle istituzioni finanziarie europee sulla Banca d’Italia e su altre istituzioni governative italiane per chiedere conto della “bufala” rifilata ad un prezzo esorbitante agli olandesi di ABN Amro che con 6 miliardi + 7,8 di prestito, acquisiscono anche Interbanca valutata 950 milioni. Prezzo comunque di gran lunga inferiore a quello pagato da BMPS al Banco Santander. Sul conto salato pagato dagli olandesi sarebbe interessante, tra l’altro, conoscere nei dettagli l’operato, in tali circostanze, di Banca Popolare di Lodi e di Unipol ed ovviamente quello di Banca d’Italia (con l’allora governatore Fazio). Comunque ritornando all’argomento principale ci chiediamo come l’organo di vigilanza delle istituzioni finanziarie italiane, pur disponendo di tutte le informazioni sullo stato dei conti e sulle problematiche organizzative ed operative di Banca Antonveneta e nondimeno a conoscenza della situazione patrimoniale del gruppo BMPS, non sia intervenuta per bloccare l’operazione di acquisizione o quantomeno per porre in atto una serie di interventi, ispezioni e verifiche sulla sostenibilità dell’operazione stessa, coerentemente con gli indirizzi normativi che regolano l’attività di vigilanza. Attività svolte con puntigliosa attenzione dalla stessa istituzione in occasione dell’acquisizione di banca Agricola Mantovana solo pochi anni prima. Fonte: Gruppo consiliare “Sinistra per Siena, Rifondazione Comunista e Siena Si Muove"

Leggi questo articolo su: http://www.gonews.it/2014/09/29/sinistra-per-siena-quando-si-sapra-tutta-la-verita-su-mps-e-i-responsabili-pagheranno/
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Il gruppo consiliare “Sinistra per Siena, Rifondazione Comunista e Siena Si Muove” ha diffuso questo scritto sulla vicenda del Monte dei Paschi. Sulla drammatica vicenda che ha visto coinvolta la Banca Monte dei Paschi di Siena si rischia che cali il silenzio e vengano rimosse dalla coscienza collettiva le dimensioni del tracollo finanziario, morale ed etico di una intera comunità. Il trascorrere del tempo ed il verificarsi di nuovi eventi che catturano l’attenzione dell’opinione pubblica senese, concorrono alla rimozione dalla coscienza dei cittadini di tale catastrofico evento. Ai suddetti elementi occorre aggiungere senz’altro l’illusoria speranza di molti concittadini che le cose, con il trascorrere del tempo, possano sistemarsi. Ma è grave soprattutto il silenzio degli organi di informazione, che se possibile evitano come la peste la trattazione di tale argomento, e quando decidono di affrontarlo, magari attraverso interviste al management della Banca, evitano accuratamente domande imbarazzanti e scomode, sempre attenti a non turbare i “padroni del vapore”, ossequiosi e acquiescenti alle loro risposte. Peccato però che la realtà sia ben diversa da quella che Profumo e Viola vogliono propinarci, come attestano i pessimi risultati finanziari della loro gestione: la Banca ormai dal 2011 non fa più utili. Il silenzio gioca a favore dei personaggi a vario titolo implicati nella vicenda (uomini di banca, politici locali e uomini delle istituzioni nazionali). E’ proprio per questo che non riusciamo a digerire il fatto che su tale scempio non si riesca a fare rapidamente giustizia. Infatti è ormai prossima la scadenza del mese di aprile 2015, data che vedrà gran parte delle accuse andare in prescrizione, ed allora oltre al danno la città potrebbe subireanche la beffa. I capi di accusa rivolti dalla Magistratura alla cosiddetta banda del 5%, le multe comminate dalla Consob agli amministratori ed ai revisori dei conti toccano solo alcuni aspetti della vicenda e peraltro neppure i più rilevanti. Riteniamo pertanto utile ribadire a tutti coloro che hanno la memoria corta che l’operazione da cui tutto discende è l’acquisizione della banca Antonveneta da parte del Gruppo MPS alle assurde condizioni economiche, che tutti ormai conoscono. Le multe comminate dalla Consob e da Banca d’Italia, che in più fasi hanno colpito un folto gruppo di amministratori e di revisori dei conti della Banca, sono un segno inequivocabile di quanto fosse estesa la connivenza che ha consentito il concretizzarsi di tale folle operazione. Viene da chiedersi come, a seguito delle recenti sanzioni, non si possano configurare accuse più gravi. E’ pur vero che le inchieste e le successive istruttorie sin qui condotte sono riferibili esclusivamente ai cosiddetti rami secondari della vicenda, e non hanno ancora affrontato il principale snodo. Per dare concretezza e significato a questa premessa è necessario esplicitare alcuni documenti a cui sino ad oggi non è stato dato il necessario risalto. Tra questi, per l’indubbia valenza che riveste, in quanto smentisce clamorosamente alcune prese di posizione delle più alte istituzioni del paese, è la relazione redatta dagli ispettori di Banca d’Italia della filiale di Padova del 9 marzo 2007 e avente per oggetto l’analisi patrimoniale, organizzativa ed operativa di banca Antonveneta. Nella relazione i suddetti funzionari forniscono un’analisi circostanziata sulla reale situazione organizzativa e patrimoniale della Banca Antonveneta, descrivendo in modo inequivocabile uno scenario complessivo gravemente compromesso con specifico riferimento all’operatività delle filiali, alla grave carenza dei controlli sull’erogazione del credito, alla disorganicità dei livelli di responsabilità, “all’insufficiente capacità di governo delle principali variabili gestionali” ed infine al conseguente scarsissimo livello di profittabilità espresso nel corso degli ultimi anni. Peraltro alla data della redazione di tale documento oltre il 16% delle filiali di banca Antonveneta risultava in perdita, anche a causa delle tariffe praticate alla clientela, oltremodo penalizzanti, e che avevano come conseguenza la costante e continua erosione delle quote di mercato. Com’è possibile che questo documento che evidenziava una situazione estremamente critica della Banca Antonveneta, e che tale permaneva nonostante il sostanzioso intervento finanziario concesso da ABN Amro, non consentisse a Banca d’Italia, in qualità di organo di vigilanza bancaria, di avere ben chiara la situazione patrimoniale ed economica di Banca Antonveneta? In sostanza, in quegli anni, la Banca Antonveneta si sosteneva solo grazie al prestito di oltre 7 miliardi di Euro che ABN Ambro le aveva concesso. Stante questa inconfutabile situazione, risulta ancor meno giustificabile e ancor più paradossale il prezzo pagato per la suddetta acquisizione. E’ bene ricordare, a tutti i personaggi con la memoria corta, che dei 1.000 sportelli di Banca Antonveneta, 600 erano in molti casi adiacenti alle filiali del Gruppo BMPS, al punto che, ad acquisizione effettuata, è stata necessaria la immediata cessione di 125 filiali. In sintesi i 18 miliardi di euro di esborso totale (10 per l’acquisizione di Antonveneta e 7.8 per la restituzione del prestito) sono stati pagati per avere 400 sportelli nel nord-est del paese con una media di 600 rapporti di conto corrente a filiale. Se questa non è opera di un folle, e siamo convinti che non lo sia, allora siamo di fronte ad una colossale truffa ai danni degli azionisti, dei dipendenti e della comunità. Sono stati sempre rispettati i principi che la stessa Banca d’Italia si è data in materia di vigilanza, come: “controllare che gli intermediari bancari e finanziari siano gestiti in modo sano e prudente. Sano, cioè che svolgano la loro attività d’impresa nel pieno rispetto delle regole. Prudente, cioè che per fare profitti non mettano a rischio la propria esistenza e il denaro loro affidato. Indirizza inoltre la propria azione di vigilanza per favorire la stabilità complessiva, l’efficienza e la competitività del sistema finanziario. Tutela infine la trasparenza e la correttezza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari per rendere sempre migliori i rapporti con la clientela. Per questo: - emana la normativa tecnica e controlla che venga applicata - verifica la sana e prudente gestione degli intermediari attraverso l’esame di documentazione e ispezioni presso i loro uffici - sanziona comportamenti scorretti e poco trasparenti nei confronti della clientela”. Quanto divario tra queste parole e l’operato di Banca d’Italia in relazione alla acquisizione di Banca Antonveneta da parte del Gruppo MPS! La conseguente ulteriore domanda è: perché questo comportamento? Una possibile ipotesi, ma non ci sono purtroppo riscontri oggettivi al riguardo, potrebbe riferirsi ad un eventuale intervento delle istituzioni finanziarie europee sulla Banca d’Italia e su altre istituzioni governative italiane per chiedere conto della “bufala” rifilata ad un prezzo esorbitante agli olandesi di ABN Amro che con 6 miliardi + 7,8 di prestito, acquisiscono anche Interbanca valutata 950 milioni. Prezzo comunque di gran lunga inferiore a quello pagato da BMPS al Banco Santander. Sul conto salato pagato dagli olandesi sarebbe interessante, tra l’altro, conoscere nei dettagli l’operato, in tali circostanze, di Banca Popolare di Lodi e di Unipol ed ovviamente quello di Banca d’Italia (con l’allora governatore Fazio). Comunque ritornando all’argomento principale ci chiediamo come l’organo di vigilanza delle istituzioni finanziarie italiane, pur disponendo di tutte le informazioni sullo stato dei conti e sulle problematiche organizzative ed operative di Banca Antonveneta e nondimeno a conoscenza della situazione patrimoniale del gruppo BMPS, non sia intervenuta per bloccare l’operazione di acquisizione o quantomeno per porre in atto una serie di interventi, ispezioni e verifiche sulla sostenibilità dell’operazione stessa, coerentemente con gli indirizzi normativi che regolano l’attività di vigilanza. Attività svolte con puntigliosa attenzione dalla stessa istituzione in occasione dell’acquisizione di banca Agricola Mantovana solo pochi anni prima. Fonte: Gruppo consiliare “Sinistra per Siena, Rifondazione Comunista e Siena Si Muove"

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Il gruppo consiliare “Sinistra per Siena, Rifondazione Comunista e Siena Si Muove” ha diffuso questo scritto sulla vicenda del Monte dei Paschi. Sulla drammatica vicenda che ha visto coinvolta la Banca Monte dei Paschi di Siena si rischia che cali il silenzio e vengano rimosse dalla coscienza collettiva le dimensioni del tracollo finanziario, morale ed etico di una intera comunità. Il trascorrere del tempo ed il verificarsi di nuovi eventi che catturano l’attenzione dell’opinione pubblica senese, concorrono alla rimozione dalla coscienza dei cittadini di tale catastrofico evento. Ai suddetti elementi occorre aggiungere senz’altro l’illusoria speranza di molti concittadini che le cose, con il trascorrere del tempo, possano sistemarsi. Ma è grave soprattutto il silenzio degli organi di informazione, che se possibile evitano come la peste la trattazione di tale argomento, e quando decidono di affrontarlo, magari attraverso interviste al management della Banca, evitano accuratamente domande imbarazzanti e scomode, sempre attenti a non turbare i “padroni del vapore”, ossequiosi e acquiescenti alle loro risposte. Peccato però che la realtà sia ben diversa da quella che Profumo e Viola vogliono propinarci, come attestano i pessimi risultati finanziari della loro gestione: la Banca ormai dal 2011 non fa più utili. Il silenzio gioca a favore dei personaggi a vario titolo implicati nella vicenda (uomini di banca, politici locali e uomini delle istituzioni nazionali). E’ proprio per questo che non riusciamo a digerire il fatto che su tale scempio non si riesca a fare rapidamente giustizia. Infatti è ormai prossima la scadenza del mese di aprile 2015, data che vedrà gran parte delle accuse andare in prescrizione, ed allora oltre al danno la città potrebbe subireanche la beffa. I capi di accusa rivolti dalla Magistratura alla cosiddetta banda del 5%, le multe comminate dalla Consob agli amministratori ed ai revisori dei conti toccano solo alcuni aspetti della vicenda e peraltro neppure i più rilevanti. Riteniamo pertanto utile ribadire a tutti coloro che hanno la memoria corta che l’operazione da cui tutto discende è l’acquisizione della banca Antonveneta da parte del Gruppo MPS alle assurde condizioni economiche, che tutti ormai conoscono. Le multe comminate dalla Consob e da Banca d’Italia, che in più fasi hanno colpito un folto gruppo di amministratori e di revisori dei conti della Banca, sono un segno inequivocabile di quanto fosse estesa la connivenza che ha consentito il concretizzarsi di tale folle operazione. Viene da chiedersi come, a seguito delle recenti sanzioni, non si possano configurare accuse più gravi. E’ pur vero che le inchieste e le successive istruttorie sin qui condotte sono riferibili esclusivamente ai cosiddetti rami secondari della vicenda, e non hanno ancora affrontato il principale snodo. Per dare concretezza e significato a questa premessa è necessario esplicitare alcuni documenti a cui sino ad oggi non è stato dato il necessario risalto. Tra questi, per l’indubbia valenza che riveste, in quanto smentisce clamorosamente alcune prese di posizione delle più alte istituzioni del paese, è la relazione redatta dagli ispettori di Banca d’Italia della filiale di Padova del 9 marzo 2007 e avente per oggetto l’analisi patrimoniale, organizzativa ed operativa di banca Antonveneta. Nella relazione i suddetti funzionari forniscono un’analisi circostanziata sulla reale situazione organizzativa e patrimoniale della Banca Antonveneta, descrivendo in modo inequivocabile uno scenario complessivo gravemente compromesso con specifico riferimento all’operatività delle filiali, alla grave carenza dei controlli sull’erogazione del credito, alla disorganicità dei livelli di responsabilità, “all’insufficiente capacità di governo delle principali variabili gestionali” ed infine al conseguente scarsissimo livello di profittabilità espresso nel corso degli ultimi anni. Peraltro alla data della redazione di tale documento oltre il 16% delle filiali di banca Antonveneta risultava in perdita, anche a causa delle tariffe praticate alla clientela, oltremodo penalizzanti, e che avevano come conseguenza la costante e continua erosione delle quote di mercato. Com’è possibile che questo documento che evidenziava una situazione estremamente critica della Banca Antonveneta, e che tale permaneva nonostante il sostanzioso intervento finanziario concesso da ABN Amro, non consentisse a Banca d’Italia, in qualità di organo di vigilanza bancaria, di avere ben chiara la situazione patrimoniale ed economica di Banca Antonveneta? In sostanza, in quegli anni, la Banca Antonveneta si sosteneva solo grazie al prestito di oltre 7 miliardi di Euro che ABN Ambro le aveva concesso. Stante questa inconfutabile situazione, risulta ancor meno giustificabile e ancor più paradossale il prezzo pagato per la suddetta acquisizione. E’ bene ricordare, a tutti i personaggi con la memoria corta, che dei 1.000 sportelli di Banca Antonveneta, 600 erano in molti casi adiacenti alle filiali del Gruppo BMPS, al punto che, ad acquisizione effettuata, è stata necessaria la immediata cessione di 125 filiali. In sintesi i 18 miliardi di euro di esborso totale (10 per l’acquisizione di Antonveneta e 7.8 per la restituzione del prestito) sono stati pagati per avere 400 sportelli nel nord-est del paese con una media di 600 rapporti di conto corrente a filiale. Se questa non è opera di un folle, e siamo convinti che non lo sia, allora siamo di fronte ad una colossale truffa ai danni degli azionisti, dei dipendenti e della comunità. Sono stati sempre rispettati i principi che la stessa Banca d’Italia si è data in materia di vigilanza, come: “controllare che gli intermediari bancari e finanziari siano gestiti in modo sano e prudente. Sano, cioè che svolgano la loro attività d’impresa nel pieno rispetto delle regole. Prudente, cioè che per fare profitti non mettano a rischio la propria esistenza e il denaro loro affidato. Indirizza inoltre la propria azione di vigilanza per favorire la stabilità complessiva, l’efficienza e la competitività del sistema finanziario. Tutela infine la trasparenza e la correttezza delle operazioni e dei servizi bancari e finanziari per rendere sempre migliori i rapporti con la clientela. Per questo: - emana la normativa tecnica e controlla che venga applicata - verifica la sana e prudente gestione degli intermediari attraverso l’esame di documentazione e ispezioni presso i loro uffici - sanziona comportamenti scorretti e poco trasparenti nei confronti della clientela”. Quanto divario tra queste parole e l’operato di Banca d’Italia in relazione alla acquisizione di Banca Antonveneta da parte del Gruppo MPS! La conseguente ulteriore domanda è: perché questo comportamento? Una possibile ipotesi, ma non ci sono purtroppo riscontri oggettivi al riguardo, potrebbe riferirsi ad un eventuale intervento delle istituzioni finanziarie europee sulla Banca d’Italia e su altre istituzioni governative italiane per chiedere conto della “bufala” rifilata ad un prezzo esorbitante agli olandesi di ABN Amro che con 6 miliardi + 7,8 di prestito, acquisiscono anche Interbanca valutata 950 milioni. Prezzo comunque di gran lunga inferiore a quello pagato da BMPS al Banco Santander. Sul conto salato pagato dagli olandesi sarebbe interessante, tra l’altro, conoscere nei dettagli l’operato, in tali circostanze, di Banca Popolare di Lodi e di Unipol ed ovviamente quello di Banca d’Italia (con l’allora governatore Fazio). Comunque ritornando all’argomento principale ci chiediamo come l’organo di vigilanza delle istituzioni finanziarie italiane, pur disponendo di tutte le informazioni sullo stato dei conti e sulle problematiche organizzative ed operative di Banca Antonveneta e nondimeno a conoscenza della situazione patrimoniale del gruppo BMPS, non sia intervenuta per bloccare l’operazione di acquisizione o quantomeno per porre in atto una serie di interventi, ispezioni e verifiche sulla sostenibilità dell’operazione stessa, coerentemente con gli indirizzi normativi che regolano l’attività di vigilanza. Attività svolte con puntigliosa attenzione dalla stessa istituzione in occasione dell’acquisizione di banca Agricola Mantovana solo pochi anni prima. Fonte: Gruppo consiliare “Sinistra per Siena, Rifondazione Comunista e Siena Si Muove"

fattela na risata

fattela na risata
che domani te svegli
sotto ncipresso. #seidiroma


@horanshirt

Devi uscire dal parcheggio per andare a lavorare ma il Suv rigorosamente paracadutato in doppia fila, magari pure se vicino c'è un'area libera («ma mio Dio, saranno almeno cinquecento metri...»), te lo impedisce? Eccolo arrivare, bel bello, dopo mezz'ora, il proprietario del Suv che si sorprende che tu sia arrabbiato e risponde serafico: «Ma fattela 'na risata». Provi a usare i mezzi pubblici, ma con tempestività scientifica i treni della B si bloccano di nuovo e se provi a chiedere lumi a un operatore becchi proprio quello che alza le spalle e aggiunge: «Ma fattela 'na risata».

Ecco, quando si parla di romanità, di quanto sia bella Roma e quanto siano simpatici i romani, quando si alimenta un certo stanco e giustificazionista luogocomunismo, forse bisognerebbe partire da questa frase malefica: «Fattela 'na risata». Molto romana. Chi l'ha coniata era in assoluta buona fede: voleva contrastare l'acidità e il nervosismo dilagante nella metropoli sempre più alle corde, voleva dirci che in fondo un sorriso può aiutarci a superare le incomprensioni.

Una filosofia non solo romana, ma quasi latina, cantando e ridendo si dimenticano i guai. Solo che poi negli anni è divenuta un inno alla superficialità, all'insensibilità, ai sempre più carenti desiderio e orgoglio di fare le cose per bene. E allora forse dovremmo cominciare a rispondere di fronte all'indolenza, alla prepotenza e alla supponenza quotidiane: «Sai che c'è? Non c'è proprio niente da ridere».

mauro.evangelisti@ilmessaggero.it