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Renzi Bancari licenziamenti collettivi

Finanza

 

Bpm- Banco: presto i consigli. La Bce indica i paletti. Renzi: ci saranno meno banchieri e bancari

 
ore 19.32 del 18 marzo 2016

Presto saranno convocati i board per le delibere. La benedizione di Padoan e Renzi che chiede uno snellimento del sistema bancario italiano. La Banca centrale europea chiede una governance snella e un livello di crediti deteriorati compatibile con le banche sistemiche nazionali. Sul mercato, vietato scommettere al ribasso

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MILANO -  Le convocazioni non sono ancora partite, ma sembra sempre più probabile che il consiglio di gestione di Bpm e il cda del Banco popolare, che dovranno decidere se confermare o meno il progetto di fusione allo studio tra i due istituti, si riuniranno martedì 22 marzo. E' quanto si apprende da fonti finanziarie interpellate da Radiocor, che comunque ancora non escludono una possibile convocazione anticipata. Sull'operazione è giunta anche la benedizione del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan che in una nota ha confermato di essere "informato della determinazione del management di Bpm e Banco Popolare a procedere nell'operazione di fusione, con il soddisfacimento di tutti i requisiti indicati dalla Bce per il via libera. Una operazione che viene recepita con favore da tutti gli stakeholder e degli investitori". Il ministro "apprezza questa operazione dalla quale nascerà una banca più grande e più forte, in grado di affrontare il mercato nel quadro delle nuove norme europee di settore e quindi capace di erogare più risorse alle imprese, in una stagione in cui il finanziamento degli investimenti è cruciale per il rilancio dell'economia". "Si tratta - aggiunge Via Venti Settembre - della prima operazione di fusione nel segmento delle banche popolari dopo il varo del decreto legge che ha già avuto come effetto alcune operazioni di trasformazione in società per azioni e l'avvio del processo di quotazione di alcuni istituti".

Lo stesso premier Matteo Renzi ha detto di essere in linea con Padoan e spinge per un consolidamento del settore. All'interno delle regole Ue per le banche "che vanno rispettate", l'Italia può fare delle cose come "ridurre il numero dei banchieri, perché in Italia si è affermato il principio per cui chiunque può fare il banchiere. Sono troppi. Vanno ridotti i posti nei cda, aiutati i processi di fusione", ha il premier al termine del summit Ue. "Anche i bancari in prospettiva diminuiranno", ha aggiunto.  "Il 2016 è l'anno in cui l'Italia deve sistemare definitivamente la propria situazione bancaria". "Ci sono troppi banchieri: qualcuno deve fare altro nella vita. Salteranno delle poltrone, ci saranno meno banchieri - avverte il premier al termine del Consiglio europeo - ma anche meno bancari, perche' da qui a dieci anni non possiamo immaginare che ce ne siano ancora 300 mila, anche se senza licenziamenti di massa". "Con l'innovazione tecnologica molte persone la banca la utilizzano con il telefonino. Ma è normale questo: ci sarà qualche filiale in meno. L'importante è che questo percorso avvenga rispettando le persone, senza licenziamenti di massa e cose del genere". Per Renzi a livello europeo "tutto quello che va nella direzione della riforma delle banche popolari, che abbiamo fatto noi, e' incoraggiante".

Questa mattina i due istituti hanno annunciato che i consigli si riuniranno "non oltre" il 22. Da qui a martedì, intanto, continuerà il confronto tra i vertici delle banche e gli advisor per cercare di arrivare ai consigli con un piano di interventi (a partire da vendite di asset e di npl) capaci di soddisfare le condizioni poste dalla Bce per dare via libera all'operazione. Tra gli asset che potrebbero finire in vendita fonti finanziarie citano una quota di Aletti Gestielle (Banco) e la quota in Anima (Bpm). Tra gli asset appetibili del Banco c'è poi la quota in Agos-Ducato.

Sul fronte interno a Bpm, intanto, mercoledì 23 marzo è previsto un vertice tra i quattro segretari generali dei principali sindacati del credito per valutare la possibile presentazione di una lista unitaria di candidati al nuovo consiglio di sorveglianza dell'istituto, guidata da Andrea Bonomi. Fonti vicine a quest'ultimo, nel frattempo, hanno fatto sapere che Bonomi non esaminerà il dossier prima della decisione definitiva dei consigli sull'operazione Bpm-Banco.

Attraverso una lettera, la Bce ha chiesto che dal potenziale matrimonio nasca una realtà con "una forte posizione in termini di capitale", altrimenti non verrà dato il via libera. Francoforte ha quindi chiesto al Banco e Bpm di avere "entro un mese" un piano industriale pluriennale sulla fusione allo studio e "una bozza dello statuto della società risultante dalla potenziale operazione di fusione". L'Eurotower ha evidenziato inoltre che "qualora fosse realizzata l'operazione, la società risultante dalla fusione, che diverrebbe la terza banca del Paese, coerentemente con il ruolo che andrebbe a coprire nel mercato italiano, dovrebbe avere sin dalla inizio una forte posizione in termini di capitale e qualità degli asset, anche per il tramite di appropriate 'capital action'".

Nel dettaglio, la Bce chiede una governance snella e un livello di crediti deteriorati (non performing loans) compatibile con le banche sistemiche nazionali. Di fatto, Francoforte non parla di aumento di capitale, ma indica il livello cui devono scendere i crediti in sofferenza e quindi, indirettamente, di quanto deve essere rafforzato il patrimonio.

La Banca centrale europea ha indicato a Bpm e Banco Popolare che, in caso di fusione, la nuova banca "dovrebbe tener conto delle migliori prassi volte ad assicurare una governance chiara ed efficiente, in particolare in relazione al funzionamento degli organi sociali (assemblea, consiglio di amministrazione e comitato esecutivo). Inoltre - prosegue la nota - nell'ambito della potenziale operazione, non potrà essere previsto il rilascio di nuove licenze bancarie in relazione a soggetti diversi da quello risultante dalla potenziale operazione di aggregazione". Adesso Bpm riunirà il consiglio di gestione "quanto prima" e "non oltre il prossimo martedì 22 marzo" per discutere della comunicazione ricevuta da Francoforte.

La Consob, dal canto suo, ha vietato temporaneamente le vendite allo scoperto sul titolo Banco Popolare. "Il divieto - prosegue la nota -  riguarda le vendite allo scoperto assistite dalla disponibilità dei titoli. Con ciò viene estesa e rafforzata la portata del divieto di vendite allo scoperto nude, già in vigore per tutti i titoli azionari dal primo novembre 2012 in virtù del regolamento comunitario in materia di 'short selling'".

BANCO POPOLARE BPM BCECONSOB MATTEO RENZIPIER CARLO PADOAN

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«Il mercato teme che il business model delle banche tradizionali sia sempre più fragile (troppi sportelli, troppi dipendenti, azzeramento del margine sui depositi, troppe upfront fees, troppi bond collocati alla clientela retail, eccessiva lentezza nel liberarsi dei NPLs), soprattutto se si prospetta un rallentamento dell’economia».

Bail in Deutsche Banks 


Corriere della Sera

OPINIONI

LE NUBI SUL CREDITO

Milano, 8 febbraio 2016 - 22:23

E Deutsche Banks finisce
nella trappola dei mercati

di Federico Fubini

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Una nube sopra la testa e il riparo è un edificio in costruzione, privo di mura portanti. Se i mercati mondiali crollano, se le banche italiane e tedesche vanno anche peggio, è perché il panorama oggi è questo. La nube sopra la testa è quella che si addensa da anni in Cina e nel 2016 potrebbe scaricarsi sull’economia globale. Da circa due anni la Repubblica popolare sta subendo una fuga di capitali senza precedenti. La corruzione, i timori per l’arbitrio delle banche statali e del regime spingono i cinesi a spedire i propri risparmi lontano. Ogni giorno l’equivalente di due miliardi di dollari lascia la seconda economia del mondo, in un’emorragia che minaccia di piegare le autorità di Pechino e obbligarle a fare ciò cui hanno sempre resistito: una decisa svalutazione della moneta nazionale, lo yuan, per allinearla (al ribasso) alle condizioni del Paese. Non sarebbe un gesto indolore. Per scongiurarlo la banca centrale cinese ha speso 99,5 miliardi di dollari solo in gennaio, comprando yuan per neutralizzare l’impatto del continuo esodo finanziario. Ma in un anno la banca centrale ha già bruciato 700 miliardi, le sue riserve sono ai minimi dal 2012 e la trincea a un certo punto potrebbe cedere.

Se i mercati globali crollano, è dunque in primo luogo perché gli investitori temono la scossa tellurica di una svalutazione del più grande produttore al mondo e corrono nei rifugi. Poi però c’è una linea di faglia più vicina alla zona euro che i tremori globali non fanno che portare allo scoperto, come accadde dopo il crash di Wall Street nel 2008. Da allora molto è cambiato eppure l’unione monetaria resta un edificio squilibrato, popolato da inquilini litigiosi e reciprocamente scorretti. Ciò che sta accadendo a Deutsche Bank, non solo alle banche italiane, è emblematico di quanto l’unione bancaria in Europa sia oggi monca e pericolosa per la responsabilità dei governi che l’hanno costruita così. Da inizio anno il titolo azionario del primo istituto tedesco ha perso il 37,3% (ieri il 9,5%) perché da allora è in vigore la norma europea che, in caso di aiuto di Stato, colpisce duramente chi possiede obbligazioni bancarie convertibili in azioni. Deutsche Bank è oggi vittima del crollo dei mercati globali, perché ha in bilancio circa 680 miliardi in attivi finanziari complessi e opachi, il cui valore è stimato solo da astrusi modelli di calcolo della banca stessa.

Ma il crollo partito dalla Cina e l’avvio delle regole europee che colpiscono i creditori hanno innescato una spirale perversa: si vendono obbligazioni di Deutsche Bank nel timore che la banca subisca perdite e lo Stato debba aiutarla; si comprano derivati che assicurano contro il crollo di quegli stessi titoli, facendone salire il prezzo e segnalando così che la prima banca tedesca è in difficoltà. Ma proprio per questo le sue azioni crollano, e così anche quelle di altre banche dell’area euro.

L’unione bancaria così com’è non può funzionare, e i mercati lo stanno gridando ai governi. Le norme che obbligano a colpire gli investitori e i risparmiatori se c’è aiuto di Stato sono corrette in teoria, ma si stanno rivelando tragici acceleratori di crisi nella realtà di oggi. La stessa assenza di una garanzia europea sui depositi non fa che rendere l’intero edificio ancora più fragile, perché colpire i correntisti di un solo istituto rischia di alimentare i timori e il contagio in tutte le altre banche dello stesso Paese.

Naturalmente questo edificio non è sorto tanto imperfetto solo per incompetenza. È la diffidenza fra Stati che ne alimenta i guasti. La Germania non si fida di Paesi debitori come l’Italia e chiede meccanismi che riducano i salvataggi europei e colpiscano gli investitori privati, nelle banche e ora anche nel debito pubblico. L’Italia invece vorrebbe una condivisione dei rischi (e dei debiti), ma fa ben poco per non apparire un free rider del sistema. Il prezzo, ancora una volta, lo stanno pagando i risparmiatori.

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FEDERICO FUBINI>

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Lettore_103152159 febbraio 2016 | 17:43

Se sta barcollando la seconda economia mondiale quella cinese ( ammesso che la prima quella americana sia, fuori da qualsiasi rischio, malgrado una fetta consistente del suo debito sia in mano ai cinesi) come se ne potra' uscire ? Mediante un radicale ripensamento - per sforbiciata - di tutte le spese socio-economiche, dove le risorse non si rigenerano. L'alternativa o il proseguo su questa falsariga, sara' il diluvio universale - pardon - delle economie del globo.

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Le banche tedesche peggio di quelle italiane? E quelle spagnole?

By Redazione on 9 febbraio 2016Eliopolis

Da tempo è emerso il problema delle banche italiane che, tra perdite e sofferenze, hanno perso qualcosa come 250 miliardi di euro. Una inchiesta di Nord.it, che riporto quasi integralmente, evidenzia che la sola Royal Bank of Scotland ha perso 48 miliardi di sterline dal 2008 al punto che è stata nazionalizzata al prezzo di altri 150 miliardi di sterline di soldi pubblici. Restando in Gran Bretagna il gruppo Lloyds Banking ha perso ”solo” 6 milioni di sterline. Passiamo alla Deutsche Bank tedesca la quale, rigorosissima con gli altri e in particolare con italiani e greci, ha chiuso il bilancio 2015 con la perdita di 6,8 miliardi di euro: ciò non basta perché è stato misurato anche lo stato di salute della suddetta banca: in pratica chi ha acquistato azioni della Deutsche a 100 euro nel 2010, oggi ne ha persi 70. Tra l’altro ai quasi 7 miliardi di perdite la banca ha dovuto accantonarne altri 4 per cause legali in cui è coinvolta. Ma la Deutsche Bank non è sola dato che la seconda banca tedesca, la Commerzbank ha un buco di 4,5 miliardi di euro. Altro aspetto che in Italia è poco conosciuto è relativo al fatto che il divieto assoluto di aiuti di stato alle banche è abilmente e fraudolentemente aggirato dai tedeschi: le banche dei circuiti Landesbank e Sparkasse (una sorta di banche regionali e casse di risparmio) sono “pubbliche” al 40%, e fin qui niente di male: il problema nasce dal fattoi che le Landesbank tra il 2009 e il 2012 hanno accusato perdite per 14 miliardi di euro e, nel loro insieme queste banche “pubbliche” hanno ricevuto 80 miliardi di aiuti di stato oltre che garanzie, sempre statali per 230 miliardi di euro: e l’Italia acconsente al bail-in, e all’Italia è vietata la bad bank!

Andiamo oltre: la famigerata bad bank vietata all’Italia viene invece consentita alla Spagna.  Perché? Per il semplice motivo che le banche tedesche sarebbero fallite dato che avevano prestato enormi capitali al settore edilizio spagnolo: ad esempio il Banco Popular ha chiuso il 2015 con 172 milioni di rosso, vale a dire meno della Banca Etruria e non si capisce per quale stramaledetto motivo il ministro Padoan ha chinato il capo e si è prostrato (per non essere volgare) all’accordo capestro con la Commissione Europea sulle sofferenze italiane. A dar maggior credito a quanto sopra l’Agenzia Blomberg riassume in una manciata di grafici la “tempesta perfetta” che si sta abbattendo sul settore bancario, in particolare quello europeo: le banche dell’indice europeo Stoxx 600 hanno perso il 39% del picco registrato a luglio! Il crollo nel settore bancario non ha riscontri in qualsiasi altra categoria industriale, anche se italiani e greci guidano i ribassi, le grandi banche hanno problemi seri; il Credit Suisse Group Ag ha visto le sue azioni crollare al livello del 1991: Deutsche Bank Ag, Barclays Plc, Bnp Paripas Sa e Banco Santander hanno perso qualcosa come il 22% del loro valore di mercato nel solo mese di gennaio di questo anno. Se continua questa sudditanza franco tedesca non potremo che ringraziare i nostri stessi governanti!

Red

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