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Bail in Deutsche Banks 


Corriere della Sera

OPINIONI

LE NUBI SUL CREDITO

Milano, 8 febbraio 2016 - 22:23

E Deutsche Banks finisce
nella trappola dei mercati

di Federico Fubini

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Una nube sopra la testa e il riparo è un edificio in costruzione, privo di mura portanti. Se i mercati mondiali crollano, se le banche italiane e tedesche vanno anche peggio, è perché il panorama oggi è questo. La nube sopra la testa è quella che si addensa da anni in Cina e nel 2016 potrebbe scaricarsi sull’economia globale. Da circa due anni la Repubblica popolare sta subendo una fuga di capitali senza precedenti. La corruzione, i timori per l’arbitrio delle banche statali e del regime spingono i cinesi a spedire i propri risparmi lontano. Ogni giorno l’equivalente di due miliardi di dollari lascia la seconda economia del mondo, in un’emorragia che minaccia di piegare le autorità di Pechino e obbligarle a fare ciò cui hanno sempre resistito: una decisa svalutazione della moneta nazionale, lo yuan, per allinearla (al ribasso) alle condizioni del Paese. Non sarebbe un gesto indolore. Per scongiurarlo la banca centrale cinese ha speso 99,5 miliardi di dollari solo in gennaio, comprando yuan per neutralizzare l’impatto del continuo esodo finanziario. Ma in un anno la banca centrale ha già bruciato 700 miliardi, le sue riserve sono ai minimi dal 2012 e la trincea a un certo punto potrebbe cedere.

Se i mercati globali crollano, è dunque in primo luogo perché gli investitori temono la scossa tellurica di una svalutazione del più grande produttore al mondo e corrono nei rifugi. Poi però c’è una linea di faglia più vicina alla zona euro che i tremori globali non fanno che portare allo scoperto, come accadde dopo il crash di Wall Street nel 2008. Da allora molto è cambiato eppure l’unione monetaria resta un edificio squilibrato, popolato da inquilini litigiosi e reciprocamente scorretti. Ciò che sta accadendo a Deutsche Bank, non solo alle banche italiane, è emblematico di quanto l’unione bancaria in Europa sia oggi monca e pericolosa per la responsabilità dei governi che l’hanno costruita così. Da inizio anno il titolo azionario del primo istituto tedesco ha perso il 37,3% (ieri il 9,5%) perché da allora è in vigore la norma europea che, in caso di aiuto di Stato, colpisce duramente chi possiede obbligazioni bancarie convertibili in azioni. Deutsche Bank è oggi vittima del crollo dei mercati globali, perché ha in bilancio circa 680 miliardi in attivi finanziari complessi e opachi, il cui valore è stimato solo da astrusi modelli di calcolo della banca stessa.

Ma il crollo partito dalla Cina e l’avvio delle regole europee che colpiscono i creditori hanno innescato una spirale perversa: si vendono obbligazioni di Deutsche Bank nel timore che la banca subisca perdite e lo Stato debba aiutarla; si comprano derivati che assicurano contro il crollo di quegli stessi titoli, facendone salire il prezzo e segnalando così che la prima banca tedesca è in difficoltà. Ma proprio per questo le sue azioni crollano, e così anche quelle di altre banche dell’area euro.

L’unione bancaria così com’è non può funzionare, e i mercati lo stanno gridando ai governi. Le norme che obbligano a colpire gli investitori e i risparmiatori se c’è aiuto di Stato sono corrette in teoria, ma si stanno rivelando tragici acceleratori di crisi nella realtà di oggi. La stessa assenza di una garanzia europea sui depositi non fa che rendere l’intero edificio ancora più fragile, perché colpire i correntisti di un solo istituto rischia di alimentare i timori e il contagio in tutte le altre banche dello stesso Paese.

Naturalmente questo edificio non è sorto tanto imperfetto solo per incompetenza. È la diffidenza fra Stati che ne alimenta i guasti. La Germania non si fida di Paesi debitori come l’Italia e chiede meccanismi che riducano i salvataggi europei e colpiscano gli investitori privati, nelle banche e ora anche nel debito pubblico. L’Italia invece vorrebbe una condivisione dei rischi (e dei debiti), ma fa ben poco per non apparire un free rider del sistema. Il prezzo, ancora una volta, lo stanno pagando i risparmiatori.

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Lettore_103152159 febbraio 2016 | 17:43

Se sta barcollando la seconda economia mondiale quella cinese ( ammesso che la prima quella americana sia, fuori da qualsiasi rischio, malgrado una fetta consistente del suo debito sia in mano ai cinesi) come se ne potra' uscire ? Mediante un radicale ripensamento - per sforbiciata - di tutte le spese socio-economiche, dove le risorse non si rigenerano. L'alternativa o il proseguo su questa falsariga, sara' il diluvio universale - pardon - delle economie del globo.

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Le banche tedesche peggio di quelle italiane? E quelle spagnole?

By Redazione on 9 febbraio 2016Eliopolis

Da tempo è emerso il problema delle banche italiane che, tra perdite e sofferenze, hanno perso qualcosa come 250 miliardi di euro. Una inchiesta di Nord.it, che riporto quasi integralmente, evidenzia che la sola Royal Bank of Scotland ha perso 48 miliardi di sterline dal 2008 al punto che è stata nazionalizzata al prezzo di altri 150 miliardi di sterline di soldi pubblici. Restando in Gran Bretagna il gruppo Lloyds Banking ha perso ”solo” 6 milioni di sterline. Passiamo alla Deutsche Bank tedesca la quale, rigorosissima con gli altri e in particolare con italiani e greci, ha chiuso il bilancio 2015 con la perdita di 6,8 miliardi di euro: ciò non basta perché è stato misurato anche lo stato di salute della suddetta banca: in pratica chi ha acquistato azioni della Deutsche a 100 euro nel 2010, oggi ne ha persi 70. Tra l’altro ai quasi 7 miliardi di perdite la banca ha dovuto accantonarne altri 4 per cause legali in cui è coinvolta. Ma la Deutsche Bank non è sola dato che la seconda banca tedesca, la Commerzbank ha un buco di 4,5 miliardi di euro. Altro aspetto che in Italia è poco conosciuto è relativo al fatto che il divieto assoluto di aiuti di stato alle banche è abilmente e fraudolentemente aggirato dai tedeschi: le banche dei circuiti Landesbank e Sparkasse (una sorta di banche regionali e casse di risparmio) sono “pubbliche” al 40%, e fin qui niente di male: il problema nasce dal fattoi che le Landesbank tra il 2009 e il 2012 hanno accusato perdite per 14 miliardi di euro e, nel loro insieme queste banche “pubbliche” hanno ricevuto 80 miliardi di aiuti di stato oltre che garanzie, sempre statali per 230 miliardi di euro: e l’Italia acconsente al bail-in, e all’Italia è vietata la bad bank!

Andiamo oltre: la famigerata bad bank vietata all’Italia viene invece consentita alla Spagna.  Perché? Per il semplice motivo che le banche tedesche sarebbero fallite dato che avevano prestato enormi capitali al settore edilizio spagnolo: ad esempio il Banco Popular ha chiuso il 2015 con 172 milioni di rosso, vale a dire meno della Banca Etruria e non si capisce per quale stramaledetto motivo il ministro Padoan ha chinato il capo e si è prostrato (per non essere volgare) all’accordo capestro con la Commissione Europea sulle sofferenze italiane. A dar maggior credito a quanto sopra l’Agenzia Blomberg riassume in una manciata di grafici la “tempesta perfetta” che si sta abbattendo sul settore bancario, in particolare quello europeo: le banche dell’indice europeo Stoxx 600 hanno perso il 39% del picco registrato a luglio! Il crollo nel settore bancario non ha riscontri in qualsiasi altra categoria industriale, anche se italiani e greci guidano i ribassi, le grandi banche hanno problemi seri; il Credit Suisse Group Ag ha visto le sue azioni crollare al livello del 1991: Deutsche Bank Ag, Barclays Plc, Bnp Paripas Sa e Banco Santander hanno perso qualcosa come il 22% del loro valore di mercato nel solo mese di gennaio di questo anno. Se continua questa sudditanza franco tedesca non potremo che ringraziare i nostri stessi governanti!

Red

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bail in banche bbc

ecco le regole per il bail in


Banche in crisi: come funziona il bail-in e cosa cambia per i tuoi risparmi


Le nuove regole europee in materia di gestione delle crisi bancarie hanno creato molta confusione tra i risparmiatori e gli addetti ai lavori. Vediamo di fare un po’ di chiarezza riassumendo i termini della questione anche con l’aiuto di un documento messo a punto l’estate scorsa da Banca d’Italia.
Le nuove regole europee
La direttiva Brrd (Bank Recovery and Resolution Directive) introduce in tutti i Paesi europei regole analoghe per gestire le crisi bancarie a partire dal 1° gennaio 2015. La parte relativa al coinvolgimento dei privati nelle crisi bancarie (bail-in) entrerà invece in vigore in tutti i Paesi europei il 1° gennaio 2016. La Brrd istituisce delle autorità di risoluzione che concidono con le banche centrali nazionali. Nel caso italiano dunque l’autorità di risoluzione è Banca d’Italia. A essa sono attribuiti i poteri per: pianificare la gestione delle crisi; intervenire per tempo; gestire al meglio la fase di “risoluzione”.
Perché sono state introdotte?
Fino a oggi le crisi bancarie in Europa sono state gestite con iniezione di fondi pubblici, cioè in ultima analisi con i soldi dei contribuenti. La Bce stima che tra il 2008 e il 2014 i costi dei salvataggi a carico degli Stati europei siano stati di 800 miliardi. Questo ha comportato un forte aumento del debito pubblico in molti Paesi, con conseguenti dure misure di austerità per evitare che i bilanci pubblici esplodessero. Secondo i dati Eurostat, a fine 2013 gli aiuti ai sistemi finanziari nazionali avevano fatto lievitare il debito pubblico di quasi 250 miliardi di euro in Germania, 60 in Spagna, 50 in Irlanda e nei Paesi Bassi, poco più di 40 in Grecia. In Italia - che durante la crisi aveva sempre sostenuto di non aver bisogno di aiuti per il suo sistema bancario - il sostegno pubblico è stato molto limitato: circa 4 miliardi, tutti ormai rimborsati. Con poche eccezioni, dunque, i contribuenti europei hanno pagato un conto molto salato per salvare le banche. Nasce da questo problema la direttiva Brrd, che si pone l’obiettivo di accollare tutti i costi delle crisi bancarie sugli investitori privati piuttosto che sui contribuenti.
Che cos'è la risoluzione di una banca e quando avviene?
Sottoporre una banca a risoluzione significa avviare un processo di ristrutturazione che mira a evitare interruzioni nei servizi essenziali come depositi e pagamenti. L'alternativa alla risoluzione è la liquidazione. Bankitalia può imporre la risoluzione di una banca se vengono soddisfatte tre condizioni: la banca è in dissesto o a rischio di dissesto, per esempio quando ha azzerato o quasi il suo capitale; misure come gli aumenti di capitale sono ritenute insufficienti a evitare il dissesto; sottoporre la banca alla liquidazione ordinaria non permetterebbe di salvaguardare la stabilità finanziaria del sistema e di proteggere depositanti e clienti.

Bankitalia a cosa servi? a rivelare 3 anni dopo qualche chiacchira da bar?

Bankitalia a cosa servi?
e mentre il sistema bancario era in crisi bankitalia dava premi a pioggia ai suoi dipendenti???


Bankitalia: "Etruria già in crisi dava premi a pioggia ai suoi dipendenti"


AREZZO. Ventisette settembre 2013. Banca Etruria sta affondando, e nemmeno troppo lentamente. Le sofferenze sui crediti hanno superato i due miliardi di euro e alle filiali sul territorio è stato dato l'ordine di vendere 110 milioni di obbligazioni subordinate. L'ultima, disastrosa, mossa per tenere a galla il "Titanic".

Eppure, quel 27 settembre, il consiglio di amministrazione della Popolare si sente in vena di delibere generose. Scrivono gli uomini di Bankitalia nel verbale della terza, e ultima, ispezione. «La banca ha elargito 2,1 milioni di euro di premi per il personale per il conseguimento di traguardi importanti». E ancora: «Negli ultimi cinque anni gli emolumenti per tutti i membri del cda ammontano a 14 milioni di euro». Non sono semplici osservazioni, ma fatti che spingono l'ispettore della vigilanza Giordano di Veglia a chiedere l'avvio di una procedura di sanzione per anomalie nelle «politiche e prassi di remunerazione e incentivazione» del gruppo bancario.

Tutto
il cda potrebbe essere multato, compresi il presidente Lorenzo Rosi, il suo vicario Alfredo Berni e il vicepresidente Pier Luigi Boschi. Il padre del ministro delle Riforme.

subordinato banca intesa

sapete se ci sono subordinati banca intesa?

job act rinnovo contratto bancari

 Ovvero le politiche neoliberali sul lavoro al tempo della crisi e anche prima…
Il neo segretario del PD ha annunciato un Job Act (chissà perché in inglese) in cui oltre a una “semplificazione” della normativa in materia lavoristica e una cornice di interventi molto varia forse ispirata dalle idee del Prof. Pietro Ichino spiegate bene in questo link  ci sarebbe l’introduzione dell’ormai noto contratto unico a tutele crescenti proposto in Italia da Boeri e Garibaldi  e dallo stesso Ichino in più occasioni (Ichino 2011). In realtà questa ennesima  ipotesi di riforma della disciplina dei contratti individuali di lavoro è stata avanzata anche in campo europeo da una certa letteratura economica  almeno dal 2003 con Blanchard (Blanchard, O., and A. Landier, 2002; Blanchard, O.; Tirole J. 2004).
Della stessa idea esistono, quindi, diverse versioni. In alcune il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti o progressive dovrebbe  sostituire ogni forma contrattuale a termine. In quella ultima  di Boeri convive, invece, con alcune forme contrattuali flessibili cui legare standard minimi di tutela.
La sostanza però non cambia. E’ un contratto a tempo indeterminato che nei primi tre anni prevede uno status simile al periodo di prova.  In questo tempo sarebbe consentito al datore di lavoro un recesso molto semplificato previo indennizzo economico proporzionato all’anzianità ma senza possibilità di reintegro anche nel caso in cui il licenziamento – per ragioni economiche o organizzative di cui il giudice accertasse l’inesistenza – avvenisse nelle unità produttive con un numero di lavoratori superiore a 15. Si tratta della soglia dimensionale da cui scatta la disciplina dell’articolo 18  che  nei primi tre anni di contratto unico sopravviverebbe, quindi, solo per i motivi discriminatori.
La proposta di contratto unico non comporterebbe automaticamente una revisione dell’articolo 18 , peraltro già modificato nel 2012. Esistono appunto diverse ipotesi. Del resto avremo tempo e modo di valutare il contenuto del Job act quando conosceremo il testo del provvedimento che pare essere work in progress quindi aperto alla discussione. Anche per questo potrebbe essere utile ritornare, criticamente, sui tratti di fondo che hanno caratterizzato negli anni più recenti e ci pare caratterizzino tutt’ora la discussione sul mercato del lavoro. In particolare su alcune “invarianti” ascrivibili a quell’egemonia di cui ci parlano Francesco Sylos Labini e Daniela Palma.   che poco hanno a che fare con il merito dei problemi. Convinzioni tanto ideologiche quanto radicate in alcuni ambienti accademici e soprattutto, non a caso, nelle istituzioni della governance economica mondiale.
Come è noto nel luglio 2011 la Banca centrale europea ha vincolato l’acquisto dei nostri buoni del tesoro, presentato come indispensabile per abbassare il differenziale tra Btp e Bund,  ad alcune scelte che il nostro paese avrebbe dovuto adottare. Queste indicazioni sono contenute nella famosa lettera della Bce al governo dell’epoca in cui tra le policy  per rilanciare l’economia, si colloca anche la revisione della disciplina relativa alle assunzioni e ai licenziamenti.
Il governo Monti insediatosi poco dopo ha accolto subito questi “suggerimenti” avviando le famose  “riforme” strutturali. Oltre a misure di natura economica (allungamento dell’età pensionabile e imu essenzialmente) tra le azioni del governo figura la cosiddetta riforma del mercato del lavoro (legge 92/2012) in cui, tra le altre cose, viene modificato l’articolo 18.  In seguito a questo intervento il reintegro come rimedio del recesso illegittimo per motivi economici  (giustificato motivo oggettivo) non è più automatico ma può essere disposto dal giudice solo in caso di manifesta insussistenza degli stessi altrimenti è sostituito da una indennità economica. Anche in caso di licenziamento per motivi disciplinari scompare l’automatismo che rimane solo per ragioni palesemente discriminatorie. Contestualmente si introduce sul  piano processuale una sorta di cognizione sommaria finalizzata a velocizzare il giudizio con una prima pronuncia in ordine alla legittimità o meno del licenziamento cui possono seguire in caso di opposizione i consueti due gradi di giudizio.
Il  presupposto su cui si sono basate tali modifiche è che  avrebbero consentito “di superare il dualismo del mercato del lavoro e contribuire all’aumento dell’occupazione incentivando gli investimenti esteri”  come Monti stesso ha dichiarato al Senato presentando il disegno di legge.
Che dire di questi provvedimenti? Misurandoli sulla base degli obiettivi dichiarati il giudizio non può che essere impietoso.
L’Italia, nonostante sia entrata nel ristretto «club» degli Stati con il bilancio in pareggio è costantemente sotto la lente di osservazione dei mercati proprio a causa delle misure di austerity,  che stanno producendo una spirale recessiva.  Per la stessa Banca d’Italia “ le misure di correzione dei conti pubblici adottate nella seconda parte del 2011 hanno avuto un effetto negativo sulla domanda valutabile in un punto percentuale di crescita annua.” (Banca d’Italia Bollettino trimestrale Gennaio 2013).
Siamo al sesto anno di crisi economica con un ulteriore calo dei livelli occupazionali previsto per il 2014.  L’Istat afferma che nell’ultimo trimestre la caduta del PIL si è arrestata ma dal 2008 a oggi abbiamo perso ben 6 punti mentre la produzione industriale ha subito una contrazione del 25, 3%.
La disoccupazione giovanile è oltre il 40% mentre quella totale attesa al 2014 sfiora il 13%  senza considerare i cassintegrati e gli scoraggiati che non cercano lavoro. Insomma non esattamente un successo. Indipendentemente dal merito.
Ad avviso di chi scrive la “cura Monti” in realtà rappresentava la ricetta mainstream che “l’ecclesia militans” neoliberale  predica in tutti i contesti politici e sociali da anni. Non è una novità. Il pensiero neoconservatore  alla base delle azioni di governo di Ronald Reagan e Margaret Thatcher  partiva anche esso dallo stesso presupposto.: riduzione dell’intervento pubblico diretto in economia,  tagli allo stato sociale, contenimento della dinamica salariale, libertà di licenziamento. Lo spiega bene tra gli altri Wolfgang Streeck .  All’epoca la giustificazione (rectius il pretesto) era la lotta all’inflazione ma l’obiettivo neanche tanto mascherato era colpire il lavoro organizzato e quindi l’attività sindacale che negli anni dal secondo dopoguerra in poi si erano molto rafforzati anche grazie alle politiche economiche Keynesiane. Ovviamente la compressione dei salari che ne è conseguita avrebbe prodotto un tracollo della domanda, se non fosse stata sostituita dal credito facile quindi dalla crescita dell’indebitamento privato e pubblico (lievitato quest’ultimo anche per le spese militari). Tutto ciò grazie  agli strumenti finanziari che hanno portato alla crisi del 2007 dei mutui subprime diventata poi crisi bancaria e come conseguenza crisi degli stati sovrani chiamati a garantire la solvibilità delle stesse banche. E il cerchio si chiude (Harvey 2011, Gallino, 2011,  Crouch 2012, Streeck 2013).
…….
Il problema è che questo apparato ideologico lo ritroviamo  nel Rapporto Ocse del 1994 – vera e propria bibbia del pensiero liberista sul lavoro – , successivamente acquisito dal fondo monetario internazionale e poi dalla Bce. Tra i punti centrali figura, in particolare, la necessità di modificar i regimi di protezione dell’impiego in quanto, secondo la ricetta mainstream “solo un mercato del lavoro perfettamente flessibile, in un contesto neutrale di politiche macroeconomiche potrebbe  aumentare l’occupazione” (Lettieri, 2002).  Oggi, con il pretesto della crisi e l’incursione ripetuta della Bce nelle politica degli stati nazionali il mantra, ripetuto ossessivamente  è il medesimo, come peraltro conferma l’ultimo rapporto Oecd going for growth: l’eccessiva rigidità del mercato del lavoro ( in particolare italiano di cui la tutela in materia di licenziamenti sarebbe la massima espressione) scoraggerebbe gli investimenti esteri oltre a  rappresentare la causa principale della precarietà e della disoccupazione producendo il cosiddetto dualismo insiders vs outsiders. I primi sarebbero gli occupati stabilmente a tempo indeterminato che godono del sistema di tutele inderogabili della legge e dalla contrattazione collettiva (invero sempre più debole dopo l’articolo 8 della legge 148 2011 che ha permesso la derogabilità da parte della contrattazione aziendale) i secondi l’enorme massa di sottoccupati precari e disoccupati prevalentemente giovani e donne.
……
Secondo queste analisi uno dei maggiori deterrenti all’attivazione di contratti a tempo indeterminato è, naturalmente, il vincolo alla reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa che nella vulgata diventa una insormontabile «difficoltà» di licenziare delle nostre aziende con un numero di dipendenti superiore a 15.
Per rispondere a queste affermazioni sarebbe sufficiente ricordare la maggior parte delle aziende dove trova applicazione l’art. 18 si colloca in quelle aree geografiche dove registriamo livelli occupazionali pari alle migliori performance europee e dove si producono i beni a più alto valore aggiunto, quelli che maggiormente esportiamo. C’è però almeno un altro argomento che merita di essere richiamato. I rapporti di lavoro diversi da quelli regolati nella forma giuridica del contratto subordinato a tempo indeterminato sono svariati. Ciò è noto. Ed è altrettanto noto che le collaborazioni a progetto (nei settori pubblici ancora coordinate e continuative) e le cosiddette partita Iva rappresentano la fetta più problematica in quanto la stragrande maggioranza di questi contratti (formalmente di lavoro autonomo) in realtà maschera un’attività di lavoro subordinato standard. Non a caso il 90 per cento dei collaboratori lavora per un singolo committente. In sintesi si può dire che la disponibilità «giuridica» dei contratti di lavoro autonomo in sostituzione del lavoro dipendente, economicamente convenienti in quanto privi di tutele ha reso possibile una vera e propria fuga non tanto dalla subordinazione, ma dallo statuto «protettivo» del lavoro subordinato. Il fatto che la subordinazione, in molte aziende, non si esprima più nella sottoposizione a prescrizioni  circa l’esecuzione  della prestazione lavorativa , ma nel modo di determinare i risultati attesi, la rende più difficilmente individuabile rendendo possibile una “confusione” formale tra le fattispecie contrattuali tutta italiana in realtà utilizzata come pretesto per tagliare il costo del lavoro (anche nei settori pubblici dove l’abuso è ancora più eclatante) (Sinopoli 2012). D’altra parte la grande diffusione, secondo i dati Istat, di contratti di lavoro autonomo nelle imprese con meno di 15 dipendenti (dove non si applica l’art. 18) è poi una ulteriore conferma che l’assenza di una tutela forte contro il licenziamento non esclude il ricorso a forme contrattuali diverse dalla subordinazione. La banalizzazione del tema, una delle maggiori problematiche del diritto del lavoro, in verità, non è casuale. Risponde a un preciso obiettivo di policy. La teoria della contrapposizione tra insider e outsider deve diventare la chiave di lettura unica per suggerire soluzioni incontestabili fondate sulla generale premessa assiologica – non dimostrata né forse dimostrabile-  che le norme inderogabili impedirebbero la libera concorrenza tra lavoratori occupati e disoccupati, producendo l’esclusione di questi ultimi dall’area delle tutele anche quando accedono a un lavoro (Garofalo M.G 1999).
……
I sostenitori della insider outsider theory, evidentemente dimenticano che le migliori performance occupazionali che si registrano in Europa hanno in comune non tanto la libertà di licenziare quanto serie politiche di formazione professionale e tasse elevate anche per sostenere di strumenti di tutela del reddito universali (Roccella, 2007). Gran Bretagna, Svezia e Danimarca hanno infatti discipline in materia di protezione dell’impiego completamente diverse: si passa dalla libertà di licenziamento tipica del sistema danese all’estremo opposto rappresentato dal sistema svedese di tutela contro il licenziamento ingiustificato molto simile al nostro per intensità, passando dalle regole di protezione deboli dell’ordinamento britannico.  Ruolo non secondario nei successi sul fronte occupazionale della Danimarca è attribuibile ai cosiddetti “schemi di congedo”, in virtù dei quali ai dipendenti pubblici e privati viene consentito di assentarsi dal lavoro per periodi sabbatici, remunerati dallo Stato, durante i quali il loro posto viene coperto dai disoccupati  Inoltre l’orario di lavoro settimanale medio dei lavoratori danesi è di 35 ore (contro le nostre 39-40) e che le ferie e le festività si portano via 37 giorni l’anno (contro i nostri 31). Quindi non si può escludere una sostanziale redistribuzione del lavoro (Braun T. 2003  citato in Cavallaro L., Palma D. 2008) alla base delle performance danesi senza dimenticare le politiche industriali pubbliche che hanno  effetti rilevanti sulla qualità della domanda occupazionale.
Se poi dobbiamo dirla tutta è la Svezia con la sua disciplina lavoristica “rigida” a mantenere il rapporto migliore tra livelli di occupazione e competitività rispetto ai quali sfigurano sia Gran Bretagna sia  Danimarca  dove vi sono fenomeni di disoccupazione di lunga durata in alcuni gruppi sociali (Reyneri 2001).
In realtà il vero “rimosso” in questo discorso sulla “flessibilità in uscita” modo elegante quanto ipocrita di chiamare la libertà di licenziamento è proprio di natura ideologica.
Lo spiega bene un compianto giurista – Mario Giovanni Garofalo – che affrontando nel lontano (?) 1990 lo stesso argomento affermava: “un sistema giuridico che abbia come unico o preponderante valore da tutelare la libertà di mercato non può per definizione ammettere vincoli che ostacolino l’operatore economico nella scelta della migliore (per lui) allocazione delle risorse …inoltre la libertà di licenziamento è strumentale all’affermazione del potere dell’imprenditore sull’organizzazione produttiva mentre di converso le sue limitazioni sono funzionali alla costruzione del contropotere di chi è subordinato nell’organizzazione produttiva stessa” (Garofalo M.G. 1990).
Sarebbe gradita almeno la chiarezza invece ci tocca subire il consueto giochino retorico per cui si dichiara di voler perseguire determinati obiettivi sui quali vi è un largo consenso sociale mentre in realtà perseguono l’interesse dei gruppi  più forti tra quelli coinvolti.
….
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Le ragioni della nostra scarsa competitività e della qualità della nostra occupazione sono strettamente correlate ma hanno motivazioni ben diverse da quelle dichiarate dai teorici della economics analysis of law, per la quale il sistema giuridico deve limitarsi a oliare i meccanismi di  mercato  anziché presidiare i valori costituzionali (Perulli 1997) . Non è un problema di asimmetrie informative o di eccessive protezioni per alcuni a scapito di altri come sostengono questi ultimi (Ichino 1998).
L’andamento della produttività nella nostra industria (manifatturiera in particolare) segue una traiettoria ascendente dagli anni cinquanta fino alla prima metà degli anni settanta, per poi iniziare a declinare, finendo col precipitare dalla seconda metà degli anni novanta in avanti. La ragione è fin troppo semplice. Proprio  dalla fine degli anni ’80 sono venuti meno, progressivamente, alcuni dei presupposti di fondo della “crescita” italiana.   L’introduzione prima del Sistema monetario europeo  poi dell’euro ha segnato la fine dalle svalutazioni competitive (un polmone spesso utilizzato per rilanciare le nostre esportazioni) ed ha coinciso  con l’aumento della competizione diretta su alcune fasce di prodotto con i paesi di più recente industrializzazione aiutati da costi irrisori della manodopera (Ferrari S 2007; Greco P, 2013). Ciò è andato di pari passo all’aumento del deficit commerciale nel comparto high-tech  in particolare nei confronti dei maggiori paesi dell’Unione europea, con i quali si attua più del 60% del commercio di questi prodotti  ( Ferrari S, Guerrieri P., Malerba F., Mariotti S, Palma D, 2004;  2007).
Per aumentare la produttività sulle nostre gambe dovevamo fare una scelta di fondo. Modificare la specializzazione produttiva del paese investendo in ricerca e innovazione sulla base di politiche industriali vere per recuperare innanzitutto il gap nel comparto hig tech.
Ma la strategia è stata un’altra. Dalla prima metà degli anni novanta in poi ci siamo trovati di fronte a una fuga progressiva dal lavoro subordinato a tempo indeterminato unita ad ud una politica di contenimento salariale e a manovre deflazionistiche, con l’obiettivo di sostituire il vantaggio della svalutazione competitiva con la compressione del costo del lavoro. Inoltre la composizione del tessuto industriale e le caratteristiche delle nostre produzioni hanno effetti non trascurabili sulle stesse mansioni impiegate, quindi sulla domanda di professionalità e sul tipo di occupazione o di disoccupazione. E’ inoltre accertato un deficit di domanda di lavoro qualificato  da parte delle nostre imprese confermato dal trend occupazionale di laureati e dottorati. Ciò evidentemente dipende da un sistema industriale con caratteristiche di specializzazione produttiva sostanzialmente diverse da quelle dei maggiori Paesi europei come confermano le statistiche eurostat sul capitale umano (Cavallaro L., Palma D. 2008) . Il confronto dei dati più recenti (2012) con quelli esaminati nel lavoro di Cavallaro e Palma, mostra peraltro il sensibile peggioramento della situazione italiana. Infatti, a fronte di quote molto esigue di personale ad alta qualificazione nei settori ad alta intensità tecnologica, l’Italia non solo non mostra progressi significativi ma vede aumentare il divario con i restanti paesi europei.”
Domanda di laureati in aree di elevata qualificazione professionale (Quota percentuale dei laureati occupati in settori ad elevata intensità di conoscenza sul totale degli occupati) – classe di età 25 – 64
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La famigerata fuga dei cervelli diventata con la crisi emigrazione di massa dipende essenzialmente da questo oltre che dal progressivo smantellamento delle nostre università e i nostri centri di ricerca.
Gli interventi sul mercato del lavoro finalizzati a ridistribuire le tutele, e con esse le opportunità occupazionali, oltre che non condivisibili per le ragioni esposte, non saranno mai sufficienti a rilanciare l’occupazione. Si conferma, invece, che gli interventi sul mercato del lavoro sono un  sostituto delle svalutazioni competitive di cui necessitano le imprese che si confrontano con la concorrenza estera in mancanza di un cambiamento di specializzazione produttiva e di una politica economica espansiva preclusa dai sempre più assurdi vincoli imposti dalla attuale governance europea (Cavallaro L. Palma D. 2008).  Se questa è la cornice anche l’enfasi posta da più parti sul costo del lavoro sorprende. Guardando le maggiori imprese multinazionali oltre alla riduzione della quota di vendite nelle aree di alta tecnologia delle imprese italiane colpisce proprio il rapporto tra costo del lavoro per addetto e valore aggiunto. Abbiamo i costi del lavoro per dipendente più bassi dei nostri competitor europei ma un rapporto costo del lavoro/valore aggiunto più alto perché più basso il valore aggiunto. Pensare di competere riducendo ancora il costo in valore assoluto magari con paesi come la Cina o la Russia è semplicemente illusorio (Bianchi P. 2013).
Che non siano i regimi di tutela dell’impiego il problema lo confermano anche i dati del  World Economic Forum di Ginevra, pubblicati nel The Global Competitiveness Report 2010-2011: le restrictive labour regulations  sono considerate un fattore critico  per Germania, Finlandia e Francia. Per l’Italia, al contrario, questo elemento non viene considerato tra i maggiori limiti alla competitività (Perulli, Speziale 2011).
La stessa Ocse, del resto, ha prodotto negli anni indagini decisamente contraddittorie. Nel 1998 l’Employment Outlook riconosceva come le analisi econometriche non fossero state in grado di determinare prove del fatto che riducendo la protezione contro il licenziamento e indebolendo i contratti di lavoro standard fosse possibile agevolare la crescita dell’occupazione (Ocse, 1998). Peraltro si è rivelato fallace  l’indice di rigidità dell’impiego elaborato dalla stessa agenzia nel 1999, che includeva per il nostro paese, erroneamente, il trattamento di fine rapporto fra i costi monetari del licenziamento, mentre – com’è noto – rappresenta una quota differita della retribuzione. Nel rapporto viene, incredibilmente, confuso con una indennità per il licenziamento.
Per salvare l’economia reale, quella che produce valore e non si limita a creare denaro dal denaro, quella che mette al centro le persone e il lavoro, abbiamo bisogno di una strategia diversa. Fondata, lo ribadiamo, su politiche dello sviluppo (leggi politiche industriali e investimenti pubblici) che mettano al centro ricerca e innovazione tecnologica. Per quanto riguarda poi la ridottissima dimensione delle nostre  aziende che nella vulgata si considera determinata anche dall’articolo 18 in realtà dipende da altri fattori. Le imprese non crescono rimanendo  bancocentriche. precludendosi l’opportunità di finanziarsi sui mercati e mantenendo una ridotta possibilità/capacità di investire nell’innovazione essenzialmente per la scarsa propensione dei nostri imprenditori ad aprire gli assetti proprietari e di controllo (Barca 2007). Perciò è insostituibile in Italia più che altrove il ruolo dello stato capace di orientare il necessario cambiamento del nostro sistema produttivo e fare quegli investimenti – rischiosi- che le imprese non sono in grado di realizzare ad iniziare da quelli nella ricerca fondamentale da cui nascono anche le applicazioni come ci ricorda da ultimo Mariana Mazzuccato . Perchè ciò sia possibile serve una governance europea alternativa a quella attuale di stampo hayekiano che è incompatibile con qualunque ipotesi di sviluppo come suggeriscono tra gli altri Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini
L’ideale sarebbe che ciò avvenisse perseguendo allo stesso tempo l’obiettivo di riunificare davvero il lavoro, introducendo un obbligo formativo in tutti i contratti e costruendo un welfare universale. Si potrebbe partire dalle idee elaborate da Massimo D’Antona e  dalla nostra Costituzione, che tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni (art. 35). Non solo quello subordinato, ma tutto il lavoro che, per ostacoli di ordine sociale ed economico (art. 3 Cost.), non diventa strumento di sviluppo delle persona umana e di partecipazione collettiva.
 
Riferimenti bibliografici
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contratto bancari e job act 2015

i dipendenti pubblici non si toccano, il resto carne da macello

.. non vogliamo licenziare nessuno, ma chiedetelo a un dipendente pubblico se farebbe licenziare un dipendente privato....

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