Questo è un blog personale. Siete pregati di considerarlo tale. Non vuole offrire un servizio a nessuno.

Le basi dei Bitcoin

Le basi dei Bitcoin

Una descrizione (quasi) informatica del funzionamento di Bitcoin

Massimo Bernaschi e Enrico Mastrostefano

da eticaeconomia

Massimo Bernaschi e Enrico Mastrostefano spiegano che alla base del funzionamento di Bitcoin vi è un insieme di regole che determinano il comportamento di un software in esecuzione su una rete peer-to-peer che utilizza Internet per scambiare messaggi. Gli autori spiegano anche come si formi consenso dei partecipanti che garantisce sicurezza e validità alle transazioni, rendendo superflua un’autorità centrale che faccia da garante.

Bitcoin è una cripto-moneta decentralizzata open source che non dipende dalla fiducia in una particolare “istituzione”. Nonostante la sua popolarità, non è la prima moneta digitale. Infatti fin dal 1982 erano state poste le basi per il cash digitale da David Chaum nell’articolo “Blind signatures for untraceable payments”. Bitcoin è stata proposta da Satoshi Nakamoto, forse uno pseudonimo anche se a marzo di questo anno la rivista Newsweek ha individuato una persona che potrebbe essere il vero Satoshi Nakamoto.
Bitcoin è equivalente al contante (non è una carta di credito!) ma “circolante” su Internet. Alla base del funzionamento di Bitcoin vi è un insieme di regole (un “protocollo”) ed un software che implementa il protocollo bitcoin. Il software è continuamente in esecuzione su una rete peer-to-peer che utilizza Internet per scambiare messaggi. Il successo di Bitcoin dipende da tre tipi di consenso:
  1. Consenso sulle regole: i partecipanti concordano sui criteri che determinano quali transazioni sono valide. Un tipico problema sociale.
  2. Consenso sullo stato: i partecipanti concordano su chi è il proprietario di ogni bitcoin in qualsiasi momento. Un tipico problema tecnologico
  3. Consenso sul valore: i partecipanti concordano nell’accettare i bitcoin come forma di pagamento. Un problema comune a tutte le valute!
È evidente l’importanza della sicurezza per raggiungere il consenso. Quando si parla di sicurezza di Bitcoin bisogna distinguere due aspetti:
  1. Sicurezza intesa come affidabilità e robustezza. In altre parole la capacità di impedire che si possa spendere moneta non propria o che si possa spendere più volte la stessa moneta (problema della doppia-spesa)
  2. Sicurezza intesa come riservatezza, cioè come protezione della reale identità dei partecipanti alle transazioni.
Per capire come Bitcoin garantisca la sicurezza bisogna prima di tutto sapere cosa serve per effettuare una transazione. Gli ingredienti base sono una chiave pubblica (indirizzo Bitcoin) ed una chiave privata (gli stessi utilizzati per la firma digitale). Per inviare bitcoin è sufficiente che il mittente conosca la chiave pubblica del destinatario. Da notare che possono essere definite circa 1048 diverse chiavi pubbliche e quindi il destinatario può assumere molte diverse identità. Per spendere bitcoin è necessario creare la propria chiave privata (ed in questo caso si possono definire circa 1077 diverse chiavi private). Le chiavi sono scelte dal sistema sulla base di esotiche proprietà delle curve ellittiche (oggetti matematici che non hanno molto a che fare con le ellissi).
Quello che è importante è che il partecipante protegga la chiave privata con una password applicata al portafoglio, in genere incluso nel software bitcoin.
Il problema fondamentale di ogni moneta digitale e quindi anche di Bitcoin è quello di eliminare la possibilità della doppia spesa ovvero spendere più di una volta gli stessi bitcoin: Alice compra qualcosa da Bob (cedendo quindi la proprietà di alcuni bitcoin) e compra qualcosa da Charlie usando gli stessi bitcoin.
È soprattutto per eliminare questa possibilità, senza dover ricorrere ad un’autorità centrale, che Bitcoin utilizza la block chain che può essere definita come il “libro mastro” di Bitcoin.
Ogni nodo della rete ha una copia dell’intero libro mastro delle transazioni (ad oggi occupa circa 20 GigaByte). La block chain non è cifrata e può essere acceduta ed analizzata da chiunque. Come la block chain risolve il problema della doppia spesa?
Bob non tenta di verificare la transazione da solo ma chiede a tutti di partecipare alla verifica. Bob trasmette a tutti (broadcast) la possibile transazione e chiede di aiutarlo a determinare se è legittima. Quando un numero sufficiente di partecipanti conferma che quei bitcoin appartengono ad Alice, Bob assume che la transazione sia accettabile ed accetta i bitcoin. A questo punto tutti aggiornano la block chain con la nuova transazione. Se Alice tenta di spendere gli stessi bitcoin con Charlie, altri partecipanti lo noteranno ed indicheranno che c’è un problema con quella transazione.
Scritto così sembra facile ma ci sono almeno due problemi con questa soluzione. Quando il numero di partecipanti può considerarsi sufficiente? Cosa succede se Alice crea uno zilione di identità fittizie che comunicano sia a Bob sia ad Charlie che la transazione è valida?
La soluzione proposta dal protocollo Bitcoin è apparentemente contro intuitiva ma elegante e si basa sulla combinazione di due idee:
  1. Rendere (artificialmente) costoso, dal punto di vista computazionale, validare le transazioni
  2. Premiare i partecipanti che validano le transazioni.
In sostanza, per validare una transazione bisogna risolvere anche un puzzle numerico (proof of work). Il puzzle è pensato in modo da richiedere in media 10 minuti per essere risolto, considerando l’intera potenza di calcolo dei partecipanti. Questo intervallo di 10 minuti determina la granularità temporale di Bitcoin (cioè il tempo minimo richiesto per completare una transazione).
Il meccanismo del proof of work può essere visto come una competizione per validare le transazioni ed infatti il primo partecipante che risolve il puzzle riceve un premio in bitcoin. L’ammontare di questo premio diminuisce con il passare del tempo.
La soluzione funziona perché un partecipante scorretto che volesse far accettare una transazione maliziosa dovrebbe risolvere il puzzle prima degli altri ma la probabilità di un miner (nomignolo con cui sono chiamati i partecipanti alla validazione nel network Bitcoin) di essere il primo a validare una transazione è (rozzamente) uguale alla percentuale che ha di tutta la potenza di calcolo coinvolta nel processo di validazione. Di conseguenza, fino a quando i partecipanti onesti hanno più potenza di calcolo aggregata, è altamente improbabile che l’attacco abbia successo. I partecipanti cercano varie soluzioni per aumentare le loro possibilità di vincere la competizione, ad esempio creando dei mining pools cioè dei gruppi di utenti che si comportano come un unico partecipante, dividendo il premio in proporzione alla potenza di calcolo messa a disposizione del pool. Oppure ricorrono all’utilizzo di hardware specializzato, vengono cioè utilizzati degli ASIC (Application Specific Integrated Circuits) che risultano ordini di grandezza più veloci delle tradizionali CPU.
Per quanto riguarda l’anonimità dei bitcoin, in genere i bitcoin sono considerati ragionevolmente anonimi perché gli indirizzi Bitcoin derivano da chiavi pubbliche che potrebbero rappresentare chiunque in Internet. Da notare come nella block chain non sono mai salvate informazioni sugli indirizzi IP ed inoltre i
partecipanti sono incoraggiati ad avere molti indirizzi Bitcoin (anche uno nuovo per ogni transazione). Nonostante questo in realtà l’anonimità di Bitcoin non è garantita. Alcuni studiosi (Reid and Harrigan: “An analysis of anonymity in the bitcoin system”) raggruppando indirizzi bitcoin per definire utenti ed incrociando i dati con altre fonti (forum, blog, etc.) sono arrivati ad identificare un ladro.
Altri (Koshy, Koshy and McDaniel “An analysis of Anonymity in Bitcoin Using P2P Network Traffic”) hanno sviluppato un client bitcoin ad-hoc (CoinSeer) e dopo aver analizzato pattern di comunicazione della rete peer-to-peer, sono riusciti ad individuare circa 1000 coppie: indirizzo Bitcoin – indirizzo IP. Sono state comunque suggerite delle estensioni al protocollo Bitcoin per garantire l’anonimità (I. Miers, C. Garman, M. Green, and A. D. Rubin. Zerocoin: Anonymous Distributed E-Cash from Bitcoin. IEEE Symposium on Security and Privacy, 2013).
Ma come si fa a perdere l’anonimato? Diciamo che ci sono vari modi, alcuni “ovvi” altri meno (per chi non ha conoscenze tecniche particolari):
  1. Pubblicare il proprio nome e l’indirizzo Bitcoin
  2. Scambiare bitcoin con una moneta tradizionale (negli exchange points).
  3. Comprare merce con bitcoin
  4. Usare un “thin” client o un portafoglio “remoto”
  5. Non usare una VPN cifrata o la rete TOR.
Problemi di sicurezza ad un livello completamente diverso sono quelli legati ai possibili attacchi all’equilibrio di Bitcoin. Ad esempio si potrebbe arrivare alla
formazione di un cartello di miner: un gruppo che detenga più del 50% della capacità di mining può sovvertire qualsiasi regola basata sul consenso. Al momento la formazione di un cartello è improbabile ma non impossibile visto che il pool di miners https://ghash.io controlla circa il 36% della capacità di mining dell’intera rete. Un cartello potrebbe sfruttare la doppia spesa per guadagnare bitcoin ma il guadagno sarebbe comunque limitato perché il valore dei bitcoin diminuirebbe velocemente.
Un altro tipo di attacco possibile è quello stile Goldfinger (vedi l’omonimo film della serie 007) ma è improbabile che qualcuno possa volere sfruttare una posizione short su Bitcoin. Solo i governi (e le loro istituzioni finanziarie) potrebbero rappresentare una plausibile fonte di attacchi di questo tipo. Per concludere, se si vuole usare Bitcoin è fondamentale, come in qualunque caso in cui si utilizzino chiavi crittografiche, la scelta di una buona password di protezione della chiave privata. Attenzione però, perché se si perde la propria chiave privata si perdono i propri bitcoin!
Il protocollo Bitcoin rende (praticamente) impossibili truffe di tipo doppia spesa
ma, nonostante questo, il sito Bitcointalk riporta una descrizione dei furti (noti) di Bitcoin da cui si evince che i 10 maggiori hanno comportato la perdita di circa 750000 bitcoin. Ed infine, è difficile (ma non impossibile) sia tracciare sia cancellare transazioni (vedi, comunque http://www.bitundo.com).

Confucio tempi interessanti


"Che tu possa vivere in tempi interessanti, che tu possa avere l'attenzione degli uomini potenti, che tu possa trovare ciò che stavi cercando". Sembra una bellissima frase di augurio ma dietro ad essa si nasconde in realtà, con un'origine persa nei meandri del tempo, una maledizione cinese. Può sembrare strano ma poi basta pensare che nella visione confuciana del mondo i tempi felici sono quelli dove ogni cosa prosegue nel solito trantran quotidiano. Tempi nei quali ogni cosa continua imperterrita a riproporsi sempre allo stesso modo, con la stessa cadenza... che essa sia giornaliera, mensile o annuale non importa. Un ingranaggio ben oliato che potremmo far ricadere nella routine quotidiana. 

Myflex mps

Accesso myflex da casa :
Http://gruppomps.tbs.aon.com

Un'incredibile banca unicredit


cerca

DossierEconomiaPoliticaItaliaEsteriInnovazioneCulturaBlog Social

Social

FacebookTwitterLinkedinFeed Rss

 Il Gruppo

Il Gruppo

Chi SiamoPrivacyCookiesContattiCredits

 Sostienici Newsletter

Unicredit, la testa di Ghizzoni cade ma resta il problema del patrimonio

L’amministratore delegato ha ormai il destino segnato. Ma chiunque sia il suo successore, avrà bisogno di rafforzare il capitale. O con un aumento di capitale che non è stato concesso a Ghizzoni. O con delle vendite di asset. Che però, oggi, hanno grandi probabilità di essere svendite

di Fabrizio Patti

Le torri di Unicredit in piazza Gae Aulenti, a Milano (FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images)

18 Maggio 2016 - 10:54

2515010

Dicono gli esperti che per giudicare i motivi della prossima uscita daUnicredit del numero uno Federico Ghizzoni, ormai praticamente sicura dopo l’incotro degli azionisti di inizio settimana, la prima cosa da fare è dimenticarsi di guardare l’utile. Nella trimestrale pubblicata il 10 maggio l’utile è stato di 406 milioni di euro, in discesa di un buon quinto rispetto al primo trimestre dell’anno precedente ma superiore alla media delle attese degli analisti (379 milioni, con forti variazioni tra una stima e l’altra). Se ci sarà un ribaltone al vertice è perché i coefficienti patrimoniali si stanno abbassando, il piano di cessioni va troppo al rilento e la necessità di un aumento di capitale, che pure era stata impedita a Ghizzoni, diventa ogni giorno più concreta. Con forte disappunto degli azionisti, che vedono in prospettiva le proprie quote diluirsi. Chiunque sostituirà Ghizzoni, dunque, dovrà ripartire da questi problemi.

Cominciamo però a capire di che si sta parlando. Quello che bisogna guardare è la patrimonializzazione di Unicredit. L’indice più importante è ilCet1, ossia il Common Tier Equity 1 ratio, che si calcola dividendo il capitale ordinario versato per le attività ponderate per il rischio. Si ottiene una percentuale: per le regole della Bce in tutta Europa non può essere inferiore all’8% e per le banche italiane non può essere inferiore al 10,50 per cento. A fine marzo quello di Unicredit è sceso di una decina di punti base rispetto a dicembre. Oggi è pari al 10,85%, è inferiore alla media delle pur incrinate banche italiane (il valore in Borsa delle quali negli ultimi sei mesi è sceso complessivamente del 40 per cento, mentre Unicredit il 49%) e di poco superiore al valore limite richiesto dalle autorità di vigilanza europee.

Perché è un problema la patrimonializzazione? Perché se è bassa non si va lontano. Il capitale è indice non solo della capacità della banca di erogare prestiti e mutui ma anche di porsi a garanzia dei depositari. In altre parole, il Cet1 ratio ci dice con quali risorse una banca riesce a garantire i prestiti concessi ai clienti e i rischi rappresentati dai crediti deteriorati (o non performing loans).

Fonte: trimestrale Unicredit

Se Ghizzoni è in uscita è perché i coefficienti patrimoniali si stanno abbassando, il piano di cessioni va troppo al rilento e la necessità di un aumento di capitale, che pure era stata impedita a Ghizzoni, diventa ogni giorno più concreta


Ora, Unicredit sta vedendo scendere il proprio Cet1, nonostante nel suo piano industriale ne avesse previsto una crescita fino al 12,6% entro il 2018. Rispetto a un anno prima, va detto, la crescita c’è stata, ed è stata pari a 75 punti base, ma evidentemente la soglia attuale è considerata a rischio. Quello che pensano gli analisti è che i livelli di utile attuali non bastano a far salire il coefficiente patrimoniale. Uno dei problemi è che, con i tassi di interesse della Bce ai minimi storici, per le banche fare utili è diventato un affare maledettamente difficile. Oggi la banca di piazza Gae Aulenti fa profitti, ma la loro crescita è inferiore alla crescita dei rischi legati agli impieghi.

Se le cose vanno male è infatti perché sono aumentate le attività ponderate per il rischio. Nel gergo della finanza si chiamano Rwa, che sta per Risk-Weighted Assets. Il loro ammontare è fondamentale perché fanno sì che una parte del patrimonio debba essere accantonata a fronte degli impieghi rischiosi e non possa quindi essere impiegata in attività rischiose. Se le Rwa sono alte (+3,8 miliardi rispetto a dicembre) c’entra molto il fatto che i crediti deteriorati, cioè sofferenze e incagli, sono altissimi. Un male che in Italia non riguada certo la sola Unicredit. Ma la seconda banca italiana ne ha in pancia un mare: ben 79 miliardi. Di questi, 38 milioni sono i crediti deteriorati netti (cioè al netto delle coperture), in calo del 7% in un anno, mentre le sofferenze (la parte peggiore dei crediti inesigibili, quelli dati per persi) nette sono pari a 20 miliardi e in leggera crescita. Tanto che si parla di un intervento del fondo Atlante per rilevarne alcuni. Atlante, partecipato da banche, assicurazioni e Cdp, ha già effettuato il sudatissimo aumento di capitale di Banca Popolare di Vicenza, togliendo le castagne dal fuoco a Unicredit, che era il garante dell’aumento. Salvataggio che non ha impedito una figuraccia per la banca milanese.

Fonte: trimestrale Unicredit

Quello che pensano gli analisti è che i livelli di utile attuali non bastano a far salire il coefficiente patrimoniale. Uno dei problemi è che, con i tassi di interesse della Bce ai minimi storici, per le banche fare utili è diventato un affare maledettamente difficile. Per questo serve o un aumento di capitale o un’accelerazione sulle cessioni


Per tornare a far crescere il Cet1, le strade sono due: fare un aumento di capitale o cedere delle partecipazioni. La prima strada è stata di fatto impedita a Ghizzoni. Se il numero uno della seconda banca italiana nei giorni scorsi ha continuato a dire che non ce n’era bisogno, uno dei motivi è che in ogni caso non avrebbe potuto chiedere agli azionisti e al mercato di farne una nuova. Basta una rapida occhiata alla storia di Unicredit per capire quanto siano stati imponenti i tre aumenti di capitali che sono stati resi necessari nell’ultimo decennio e in particolare tra il 2009 e il 2012: uno sforzo di circa 15 miliardi di euro per far fronte alla crisi finanziaria del 2008 e successivamente a quella dei debiti sovrani del 2011 (l’anno dello spread a 500 e della lettera della Bce che portò alle dimissioni del governo Berlusconi). Ghizzoni ha sempre detto che sarebbero bastate le cessioni per rimettere i conti a posto. Ma l’operazione più importante, la fusione della società di investimenti Pioneer Investments con Santander, sta andando a rilento, a un anno dal raggiungimento di un primo accordo. Se gli analisti stanno vedendo positivamente un cambio al vertice di Unicredit è perché pensano che il suo successore sarà più aggressivo sul fronte delle vendite. Potrebbe, per esempio, spingere di più sulle cessioni di attività nell’Europa centrale e orientale, in Austria e Germania. Dopo l’accordo per la vendita della banca ucraina Ukrsotsbank alla russa Alfa Group, il gruppo ha fatto sapere che le cessioni nell’area sarebbero finite.

Proprio la vendita di Ukrsotsbank fa però capire quale siano i rischi di vendere oggi: una svendita, che non produce alcun beneficio al Cet1. Così riportava Il Sole 24 Ore all’indomani della vendita dell’istituto ucraino: «L’operazione avrà un impatto sostanzialmente neutro sul Cet1 ratio del gruppo bancario grazie al deconsolidamento delle attività ponderate per il rischio. A causa del forte deprezzamento della valuta ucraina però l’operazione, una volta completata, avrà un impatto negativo di 652 milioni di euro sul bilancio della banca italiana». Vendere potrebbe quindi non servire a molto. Né, evidentemente, è considerato risolutivo il drastico taglio dei dipendenti deciso dal piano industriale: 18.200 addetti da lasciare a casa entro il 2018, di cui 6.900 in Italia.

Le cessioni sono importanti, ma svendere non servirebbe a molto. Né, evidentemente, è considerato risolutivo il drastico taglio dei dipendenti deciso dal piano industriale: 18.200 addetti da lasciare a casa entro il 2018, di cui 6.900 in Italia


Per questo si sta rafforzando la strada di un nuovo aumento di capitale. Lo ha riportato anche una nota di martedì 17 maggio di Banca Akros. «Mentre un cambiamento al timone dell'istituto potrebbe rilanciarne le strategie - è il commento - un aumento di capitale ai prezzi correnti sarebbe altamente diluitivo per gli azionisti». Gli analisti hanno confermato il giudizio “buy”, perché il rapporto tra il valore di mercato e il patrimonio netto resta basso, a quota 0,4.

La parola ora spetta agli azionisti. Quelli che si sono trovati lunedì per decidere di porre fine all‘era di Federico Ghizzoni sono i vice presidenti Vincenzo Calandra eFabrizio Palenzona, con il terzo vice,Luca Cordero di Montezemolo, collegato al telefono. Montezemolo, presidente di Alitalia, controllata dalla compagnia di Abu Dhabi Etihad, è il rappresentante del primo azionista della banca, il fondo degli Emirati Arabi Uniti Aabar. Il azionista è il fondo americatno Blackrock. E dopo Cariverona al quarto c’è il fondo sovrano libico. Ci sono poi altre fondazioni, come Crt e Carimonte e investitori privati come Caltagirone. Uno spaccato che rende l’idea di quanto sia difficile trovare un punto di vista comune su una banca che, d’altra parte, è il risultato di moltissime fusioni di banche diverse tra loro in Italia e all’estero e cheviene considerata per questo una delle più difficili da amministrare.

Tra i nomi per i possibili sostituti di Ghizzoni ci sono, riporta Banca Akros, Jean-Pierre Mustier (ex capo di SocGen e del corporate and investment banking di Unicredit, poi passato a Tikehau), Marco Morelli (vice presidente per l’Europa di Bank of America Merrill Lynch e presidente della filiale italiana ed ex direttore finanziario di Monte dei Paschi di Siena). Ma ci sono ancheCarlo Cimbri, ad e direttore generale di Unipol e Gaetano Miccichè, presidente di Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo). È circolato anche il nome di Alberto Nagel, ad di Mediobanca. Anzi, tra i rumors circola anche la voce di una fusione tra Unicredit e Mediobanca, che in queste ore si stanno muovendo sullo stesso fronte (e contro Intesa) per la battaglia per il controllo del Corriere della Sera. L’ipotesi era già circolata nel 2013. Per gli analisti, tuttavia, una fusione avrebbe poco senso industriale. Entrambe hanno un rapporto tra il valore di mercato e il patrimonio netto basso e, viste le ridotte dimensioni di Mediobanca in confronto a Unicredit, una sua incorporazione non cambierebbe molto per la struttura della seconda banca italiana.

bancaunicreditcapitaleaumento di capitalecrescitafareeurorispettorischiprestitifederico ghizzoni

Fino a + 452% dal 2007! Impara ad investire con MTL Index (rischio di mercato)Investimento Redditizio ?

Un innovativo metodo di apprendimento delle lingue straniere conquista l'Italia!Easy Phrases

Cambiare per non implodere: la nuova identità dei centri commercialiLa formula dei centri com...

Dai Cani a Calcutta ai Thegiornalisti, De Andrè avrebbe disprezzato i neo-cantau...Ipotesi distopica: con qu...

Sponsorizzato da 

Potrebbe interessarti anche

ECONOMIA

Dopo Vicenza tocca a Veneto Banca: siamo al canto del cigno del credito a Nord Est

di Fabrizio Patti

ECONOMIA

Cairo, il Corriere, e l'alternativa che non c'è

di Fabrizio Patti

ESTERI

#PanamaLeaks: anche l'Europa va in paradiso

di Luca Rinaldi

ECONOMIA

Bad bank, alla fine ha stravinto Bruxelles

di Fabrizio Patti

ECONOMIA

La soluzione alla crisi finanziaria? Bad Bank o morte

di Marcello Esposito

BANCHE

Banche: nuovi stress test, vecchia fregatura

di Fabrizio Patti

POLITICA

La rete mafia-appalti che ha intrappolato anche Palenzona

di Luca Rinaldi, Alessandro Da Rold

ECONOMIA

Le quattro banche sono state salvate? Chiedetelo a chi ha perso tutto

di Fabrizio Patti

DossierEconomiaPoliticaItaliaEsteriInnovazioneCulturaBlog

Linkiesta.it S.p.A. — Sede Legale: Via Cosimo del Fante 4 – 20122 Milano
Numero di partita IVA e numero d’iscrizione al Registro Imprese 07149220969 del Registro delle Imprese di Milano
Registrazione presso il Tribunale di Milano, n. 293 del 26 Maggio 2010

Guadagnare con WhatsApp

A breve una guida su come utilizzare WhatsApp per guadagnare on line

video bellissimo

https://youtu.be/GpLsS538WsY

video bellissimo.

Consiglio conto corrente

Chiedo un consiglio su un conto corrente con prelevamenti bancomat gratuiti su tutti gli sportelli bancomat e poche altre spese.  Potete aiutarmi?

pignoramento casa rate muto non pagate direttiva europea

ma sono 18 o 7 le rate non pagate per poter pignorare la casa con il mutuo, ma dipende dall isee? ma se la rata è annuale?

Intesa San paolo

Come funziona il poter lavorare da casa 8 giorni al mese?

DHL

Trova un nuovo lavoro adatto a te e unisciti al nostro team Scopri le opportunità di lavoro offerte da DHL in Italia. Attendiamo la tua domanda. DHL offre ampie opportunità di lavoro a diversi livelli in tutto il mondo. Potrai crescere sul piano personale e professionale operando in un team di successo. Insieme costruiremo una società di cui potremo essere davvero orgogliosi. Prendi l'iniziativa e cerca l'opportunità che fa per te. Crea il tuo profilo online su DHL Job World e attivalo in modo che compaia nel pool dei candidati. Puoi anche impostare il tuo agente di ricerca personale che ti informerà automaticamente via e-mail sulle posizioni disponibili.

http://www.dhl.it/it/lavora_con_noi/offerte_lavoro.html